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Ernest Shackleton

di Jovanotti su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Ernest Shackleton era un tarchiato eccezionale, uno con gli occhi sempre in cerca di qualcosa e ben spalancati, quasi sforzati nel rimanere aperti, e pronti a fissarsi su chi c'era davanti convincendolo a fare quello che quegli occhi gli dicevano. Era un pazzo forse, ma forse no, forse era un genio, ma forse no, comunque ci mise anni a rimediare i soldi, i mezzi e gli uomini per tentare la sua impresa, nel millenovecentoquattordici; arrivare in Antartide con una imbarcazione di trenta uomini e attraversare il continente di ghiaccio passando dal polo sud. Una follia. Aveva bisogno di sponsor, e l'impero britannico era un ottimo sponsor, in cerca di terre e di spazi, di eroi e di storie gloriose da indossare. Poi alcuni ricconi che volentieri davano via un po' di soldi a uno così, convinti da quegli occhi azzurri che promettevano onori e il proprio nome dato a un promontorio, a una nuova montagna scoperta, a un tratto di mare che avrebbe riempito lo spazio vuoto delle cartine dell'epoca, ancora piene di zone bianche, specialmente in quella parte di pianeta dove sopravvivere è impossibile. O quasi. Arrivati in Antartide il ghiaccio si strinse intorno all'Endurance, così si chiamava la sua barca, e in poche settimane se la inghiottì, rimasero in trenta a trenta sottozero con tre tende e quello che riuscirono a tirar giù dalla barca prima che questa scomparisse sotto allo strato di ghiaccio polare. Furono mesi micidiali e Shackleton era ottimista, assurdo, folle, appassionato, lucido, tenace ottimista e questo ottimismo lo trasmetteva ai suoi, mezzi morti di fame di freddo di noia di paura di nostalgia. Dopo un inverno polare, ventiquattr'ore di buio pesto per sei mesi, trasportati alla deriva dall'isola di ghiaccio dove il destino li aveva piazzati, dopo una impossibile traghettata a bordo di tre scialuppe scoperte, in balìa di correnti maledette, raggiunsero l'isola di Elefant, un posto inospitale, ghiacciato, isolato, fuori da ogni possibile rotta di possibili soccorritori. E Shackleton era ottimista, ma l'ottimismo non serve senza progettualità, e progettò il suo piano di salvataggio, impossibile, assurdo. Radunò sei uomini, non i migliori, ma i piùadatti, alcuni di quelli che senza di lui avrebbero seminato il pessimismo e la divisione negli altri, caricò una scialuppa scoperta lunga sei metri, partì tentando di raggiungere la Georgia Australe, un posto di balenieri a milleduecento chilometri da lì, attraverso il tratto di mare piùtempestoso e freddo del mondo. Partirono a cercare soccorso, partirono con una barca a remi. Raggiunsero la Georgia Australe dopo alcune settimane, erano vivi. Ma la base dei balenieri era dalla parte opposta dell'isola. Shackleton e due dei sei tentarono l'attraversamento a piedi dell'isola, nelle cartine era una spazio bianco, nella realtà era un inferno di montagne appuntite e ghiacciai dove un uomo, fermo, può sopravvivere quindici minuti. Quello che gli uomini della Georgia Australe videro una mattina fu un gruppetto di tre extraterrestri scendere dalle montagne, completamente neri da un anno e mezzo di sporco accumulato, i capelli fino alle spalle, le barbe fino al cuore, i vestiti distrutti. Quello in mezzo al gruppetto si fece avanti e disse: “Sono Shackleton”. Tornarono a prendere i tre rimasti dall'altra parte dell'isola e poi i ventiquattro rimasti nell'altra isola, ci impiegarono tre mesi a raggiungerli di nuovo. Comunque erano tutti vivi e poterono raccontarlo, quello che avevano vissuto. La nave con la quale erano salpati verso l'Antartide quell'otto agosto del quattordici si chiamava Polaris, ma poco prima di prendere il largo Shackleton la fece ribattezzare Endurance, che significa “resistenza”. Shackleton spesso ripeteva ai suoi “l'ottimismo è il vero coraggio morale!”.

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