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Eva

di Lia Celi su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Eva si portò le mani al ventre. Qualcosa non andava, là dentro. A dire il vero erano molte le cose che non andavano, da nove mesi a quella parte. Le nausee. I capogiri. E la pancia che aveva cominciato a crescere, tanto da costringerla a coprirsi con foglie di fico di una taglia più grande. E le voglie tremende di cibi introvabili, con il povero Adamo che allargava le braccia dicendo: “E dove lo trovo un profiteroles, a quest'ora e con l'Eden chiuso?”. Ma quel giorno Eva si sentiva veramente strana. Con le mani sulle reni indolenzite, si avvicinò al cancello del paradiso terrestre. Anche dopo la cacciata, era rimasta in buoni rapporti con l'arcangelo guardiano, al quale ogni tanto portava generi di conforto introvabili nell'Eden: riviste di fumetti, sigari di cioccolata, foto piccanti di diavolesse in bikini. “C'è un problema, Archie - disse affannosamente al principe celeste - il Boss, quando mi ha costruito, dev'essersi dimenticato qualcosa nella mia pancia. Finora ha dormito, ma adesso si è svegliato e vuole uscire. Non è che mentre creava me stava creando anche il pitbull e, nella fretta...” L'arcangelo sorrise. “Ti ricordi, l'anno scorso, quando il Boss ti disse 'tu partorirai nel dolore'?” “Sì, ma era così arrabbiato per quella storia della mela che straparlava. Disse anche che Adamo doveva guadagnarsi il pane col sudore. Provaci tu a pagare il fornaio strofinando le ascelle sulla cassa. Insomma, che mi sta succedendo?” “Stai per partorire nel dolore”, spiegò l'alato guardiano. “Io non sto per partorire - replicò la donna - non devo andare da nessuna parte. Partorire con questo mal di pancia, poi.” “Non ho detto partire, Eva. Partorire. Stai per diventare madre.” Eva strabuzzò gli occhi, un po' per la sorpresa, un po' perché le sembrava che un elefante le stesse danzando la rumba sull'osso pubico. “Madre. Grazie tante, ma che vuol dire?” “Come, non sai cosa vuol dire 'madre'? Scusa, ma non avevi mangiato il frutto dell'albero della conoscenza?” “Sì, ma la mia mela conteneva solo le voci da Abaco a Desinenza. Quella con la lettera M stava troppo in alto. Oh, cribbio, che male.” “Come faccio a spiegartelo io, Eva, cosa vuol dire essere madre?” L'arcangelo era imbarazzato. I corsi di preparazione al parto - e il primo parto dell'umanità, poi - non erano proprio il suo mestiere. Il Boss, anche lui. Bravo, per carità, ma prima di ammollare alla donna un fardello come la maternità poteva almeno lasciarle un foglietto con le istruzioni. Guardò la povera Eva, accovacciata per terra con le mani sul pancione gonfio. Forse una buona parola l'avrebbe aiutata. Alzò gli occhi al cielo e riprese, con voce ispirata: “Essere madre. Come dire? è la missione piùnobile cui è chiamata la donna. Dare la vita a un essere umano.” “Io posso dare la vita, come ha fatto il Boss? - gemette la donna - Posso impastare del fango, alitarci sopra e vualà? Allora perché io sono qui a contorcermi mentre lui è lassù a farsi massaggiare da una squadra di cherubini?” “Ehm, no, Eva, per te è diverso. L'essere umano dovrebbe uscire dal tuo corpo...” La povera donna si guardò il grembo e divenne pallida come il ghiaccio. L'arcangelo le lesse nel pensiero: “No, Eva, tranquilla, non sarà grosso come te e Adamo. Si chiama 'bambino', dal nome sembrerebbe qualcosa di piccolo”. Eva respirava ritmicamente. “Travaglio - balbettò - Sento che si chiama così. è il nome giusto per questo male terrificante”. L'arcangelo chiuse gli occhi e ricominciò a declamare: “...Ma cosa sarà mai qualche ora di sofferenza, di fronte all'ineffabile gioia di essere madre, di stringersi al seno un tenero pargoletto? Strazio e gioia, ecco il miracolo della maternità, che nobilita la donna, corona la sua esistenza e ne fa un mito vivente...” “Che cavolo sto dicendo? pensava l'angelo. Io di certe cose non ne so mezza. In fondo sono un essere asessuato. Una bella fortuna, visti i risultati.” Drizzò le orecchie. La voce di Eva era diventata strana. Un gemito acuto, da animaletto infastidito. Qualcosa come “uè uè”. Riabbassò cautamente lo sguardo e vide la donna distesa, inerte. “L'uè” proveniva da un piccolo quadrupede rosso dall'aria decisamente seccata, che stava adagiato sul ventre appiattito di Eva. Lei lo fissò, ancora stordita. Somigliava tutto ad Adamo: anche lui aveva un fagiolino che gli pendeva tra le gambe. E anche un'irrefrenabile attrazione per le sue tette. “Archie - disse all'arcangelo, boccheggiando - altro che mito vivente. Sono mezza morta. A questo punto dovrei provare... come l'hai chiamata? Ineffabile gioia?” “Be', sì, cioè... Insomma... Magari non subito.” “Aspetto con fiducia. Però, è carino, no?” Carino, aveva detto Eva. Ma l'arcangelo, fra un vagito e l'altro, capì Caino, e così fu registrato il piccolo all'anagrafe biblica. Il resto è storia.

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