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La poesia

di Margherita Giacobino su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

O poesia non venirmi addosso, sei come una montagna pesante, mi schiacci come un moscerino; poesia, non schiacciarmi, l'insetto è alacre e insonne, scalpita dentro la rete, poesia ho tanta paura, non saltarmi addosso, ti prego. Sono versi della poetessa Alda Merini. Che dovrebbero essere incisi su tutti i quaderni, le agende, le tastiere di PC degli aspiranti poeti, per ricordare agli incauti che la poesia è pericolosa. Eppure, tra tutti i miti possibili in questa era transgenica, tra le preoccupazioni della scienza (far partorire i maschi in prima posizione, la ricerca su cancro e AIDS in millesima o giù di lì) e i dilemmi della politica (meglio la bomba batteriologica dell'Iraq o quella atomica del Pakistan?), sopravvive e forse perfino prospera quello del poeta. Il che pare una buona notizia. Perché quando si pensa a un poeta viene in mente un tipo trasognato, introverso e di rara e delicata sensibilità, oppure un romantico ribelle dal temperamento esuberante, ma mai un individuo socialmente pericoloso. Questo naturalmente non è del tutto vero, le biografie rivelano che i poeti possono essere insopportabili, egoisti, traditori e perfino assassini, per non parlare delle loro idee politiche, che non sono sempre quelle che vorremmo. Ma non importa, alla poesia si perdona tutto. (Tra parentesi, quando si pensa a un poeta, raramente si pensa a una poetessa, personaggio che ancora oggi compare raramente nelle antologie e quasi sempre nelle note a piè di pagina. Di lei si sa soltanto che soffre per amore e che in genere si suicida, come Saffo e Silvia Plath; nel secondo caso è vero, nel primo chissà, però suona bene e poi sistema tutto, perché questa Saffo un po' scomoda lo era, basta pensare a quanto penavano i professori per convincerci che non c'era niente di scabroso nei suoi versi, il che era probabilmente quello che pensava anche lei mentre li scriveva.) Se in passato abbiamo avuto tipi poetici come il fanciullino tanto affezionato alle sorelle (Pascoli), l'eterno adolescente incompreso da papà e snobbato dalle donne (Leopardi) e l'esteta un po' porcone (D'Annunzio), oggi fra i giovani vanno delineandosi altre varianti del mito del poeta. Eccone alcune: Il poeta autoreferenziale: è quello che legge e cita solo se stesso. Sa di essere il piùbravo, quindi perché perdere tempo con gli altri? Leggere potrebbe inquinare la sua ispirazione o, peggio ancora, fargli scoprire che qualcun altro lo ha copiato. é segretamente convinto che l'umanità si divida in chi legge e chi scrive, come si divide in chi fa le leggi e chi le rispetta, e sa bene a quale categoria vuole appartenere. Scrive di getto e non si corregge. Per umiltà, ovviamente. Chi è lui, per correggere se stesso? Il poeta premiato: ha un biglietto da visita formato lenzuolo, con la lista dei premi che ha vinto. Legge gli annunci dei concorsi di poesia con la trepidazione di un disoccupato che cerca un posto alle poste e ha trofei, targhe, diplomi e pergamene anche in bagno. é allo studio un tipo di zainetto ergonomico con vetrina che gli permetta di portare sempre con sé i premi ricevuti, senza rischio di scoliosi. Il poeta on line: non scrive, digita. Che cosa sono per lui mille, duemila, diecimila copie? Lo fanno ridere. Lui invia le sue poesie nei siti piùsperduti, bombarda migliaia di ignari utenti in California, in Tanzania e fra i Maori. é un poeta universale, ubiquo, un tantino invadente. Ama il dibattito, non si arrende di fronte alla critica negativa, ma risponde e manda altre poesie, suscitando altri dibattiti, a cui risponderà con altre poesie, e così via fino alla saturazione della linea. Accanto a questi, però, restano pur sempre altri e piùcollaudati tipi di poeti: Il poeta timido: lima con diligenza i versi ma non le unghie (quelle se le mangia), però non li fa leggere a nessuno, anzi li nasconde e in caso di necessità è pronto anche a ingoiarli. Quando si innamora, la sua produzione aumenta, e l'amore può spingerlo fino a mandare le sue poesie all'amata. Sotto pseudonimo, naturalmente. Corre il rischio che l'amata, conquistata ma tratta in inganno dallo pseudonimo, si metta con un altro. La sofferenza, comunque, fa bene alla poesia. Il poeta anima-gemella (che di solito è una poetessa): trova un altro poeta, o poetessa, che ha detto esattamente quello che vorrebbe dire lei, e da allora vive in simbiosi, come se avesse un fratello o una sorella gemella invisibile, nascosta a tutti fuorché a lei. Niente panico se comincia a parlare di sé al plurale o ordina per due al bar; il vero momento critico è quello in cui l'anima gemella torna nei cieli della poesia e la poetessa abbandonata e dimezzata rimane sulla dura e prosaica terra. Inutile disperarsi, meglio cercare sollievo scrivendo lunghe poesie sulla vanità del tutto. Perché alla fin fine essere poeti non è per niente semplice, è complicato, è pieno di ripensamenti e anche un po' disdicevole. E, come dice ancora Alda Merini: Quando chiedono se sono una poetessa mi vergogno, mi vergogno in modo amabile e gentile.

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