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La grande mela

di Mario Maffi su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

L'aveva sempre detto, il vecchio pianista nero, nella saletta del bordello di Storyville a New Orleans: “Qui ci sono solo mele piccole” (e parlava degli ingaggi di chi suonava la “musica del diavolo”). “Per le mele grandi bisogna andare al nord. E la mela più grande che ci sia sta tra due fiumi e l'oceano. è New York la grande mela, è lì che bisogna andare”. Forse riuscì ad andarci, quel vecchio pianista nero, forse no: chissà. Ma c'erano andati in tanti, piùo meno come lui: braccianti, figli di ex-schiavi, suonatori di jazz, soldati smobilitati - via dal sud e verso il nord, via dal Ku Klux Klan e verso i ghetti, verso Chicago e soprattutto verso New York - per cercare la grande mela da addentare. A migliaia, a migliaia di migliaia: stretti nei casermoni di New York, a San Juan Hill, nel Tenderloin e infine ad Harlem: la nuova Mecca, la Piccola Grande Mela dentro alla Grande Grande Mela. Avevano sgobbato, avevano lottato, avevano reagito al razzismo e alla discriminazione, avevano suonato la “musica del diavolo” e avevano creato poesie e romanzi: avevano scritto che “il nero parla di fiumi” e “se dobbiamo morire che non sia come porci, chiusi in un angolo”... La prima Grande Mela era stata loro, continuava a essere loro. Ma in tanti - con loro, dopo di loro - erano anche accorsi. A cercarla, a trovarla, a inventarla. Immigrati, operaie, artisti, “nuove donne”, militanti anarchici e comunisti, transfughi di Harvard e delle classi ricche, critici letterari, scrittori e scrittrici, scienziati, giornalisti, poeti, musicisti, generazioni ribelli, generazioni perdute, generazioni beate, generazioni X... Avevano lasciato scritto: “Spalancò la porta e vide la meraviglia di una fabbrica - gente - gente - mari di teste e mani indaffarate di gente - il ronzio del macchinario - cinghie che sfrecciavano - il ticchettante rumore delle ruote che giravano - tutto sembrava mescolarsi e fondersi nel levarsi di un inno di speranza - di nuova vita - un mondo nuovo - America!”. E di New York avevano scritto che “Ogni torre e guglia risplende di fuoco immortale”. O che “La città vista dal Queensboro Bridge è sempre la città vista per la prima volta, nella sua prima selvaggia promessa di tutto il mistero e di tutta la bellezza del mondo”. Un secolo e piùdi miraggi e di illusioni, di rabbie e di passioni - nelle strade, sotto le torri, nelle case, sulle scale antincendio, sui tetti piatti, sotto la Sopraelevata, lungo i fiumi, sulle colline, tra gli alberi, sotto i ponti, nei bar, nelle notti, nella neve, sotto il sole, in riva ai fiumi, nel vento, nelle albe... Perché “Com'è dolce il suono della città un'ora prima del levar del sole”. Penso sempre a quel vecchio pianista nero, nella saletta del bordello di Storyville a New Orleans, a parlare della grande mela, su al nord, in riva a due fiumi e all'oceano. Forse sporco, forse ultimo, forse mito. Difficile dirlo: è passato piùdi un secolo, ma resiste: attrazione, fascino, ripulsa, cuore che batte, calamita che attrae, ingranaggio che stritola. Penso sempre a quel vecchio pianista nero. E penso a ciò che scrisse un altro di quelli che c'erano andati perché... perché... perché... Forse perché era necessario andarci. “Metallo. Granito. Frastuono. Chiasso. Rumore. Automobili. Bus. Sotterranea. Sopraelevata. Vaudeville. Grottesco. Caffè. Cinema. Luce elettrica nel labirinto urlante. Una magia”. (Nell'ordine: Langston Hughes, The Negro Speaks of Rivers, Claude McKay, If We Must Die; Anzia Yezierska, Hunger; John Reed, A Hymn to Manhattan; Francis Scott Fitzgerald, The Great Gatsby; Edna St. Vincent Millay, English Sparrow (Washington Square); A. Leyeles, New York)

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