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La pantera nera

di Maurizio Chierici su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Noi cronisti pensiamo solo allo scoop, il colpo del secolo chiuso nel nostro armadio. Un grande fuggitivo che le polizie del mondo inseguono con spie e segugi, mentre lui è qui, a casa mia. Gli parlo quando voglio e l'ombra imprendibile scioglie i segreti nello zucchero del caffè. Lo beviamo assieme ogni mattina. Cia, Fbi, Mossad israeliano, James Bond e il commissario Derrick non lo troveranno mai. Ecco il sogno del piccolo mestiere. Man mano che invecchio ogni notte torna. Fra guerre e massacri che continuo a svangare, speravo che prima o poi potesse succedere. è successo. La Pantera Nera beve una coca all'ombra di una palma. Vuoi un panino, le chiedo dall'altra parte del tavolo. Dopo, se mai: e “mi” sorride. Io e lei soli. Ho paura di svegliarmi. Trecce sottili di lana. Voce crepata dall'ironia. Deve essere bella anche senza la parrucca africana. “Sembri una ragazza...”. “Ho 52 anni”. “52? Dai, non è vero...”. “è vero, è vero”. Assata Shakur gode il complimento. La sua testa vale centomila dollari, taglia del governatore del New Jersey: la cerca da 20 anni. Il 2 novembre 1979, carnevale americano dei morti, zucche e maschere di Halloween, Assata è scappata dal carcere piùblindato degli Stati Uniti, penitenziario di Clitton, Jersey, appunto. Il nome scritto nel registro dei prigionieri è Joanna Chesimard, professione studentessa di economia, ma il popolo nero dell'America 1970 la conosceva (e la conosce) come Assata Shakur, ultima regina del potere nero, Black Power clandestino nel ventre di New York. La mattina del 3 novembre '79 comincia l'incubo della più gigantesca caccia all'uomo (una ragazza, in questo caso) della cronaca americana. Autostrade bloccate, Harlem e il Bronx al setaccio come il Vietnam. Ogni nera fermata, controllata, perquisita. Ma Assata è il pesce che scivola dalle reti. Comincia la sua libertà ma comincia anche l'incubo di Silvia Baraldini, italiana di buona famiglia che non sopportava discriminazioni e ingiustizia. Viene accusata di aver aiutato Assata a prendere il largo. E' ancora dentro (marzo '99 ndr): deve scontare quarant'anni nello stesso tipo di gabbie dalle quali la Pantera è fuggita. Da vent'anni (timidamente) i nostri politici in pellegrinaggio alla Casa Bianca cercano di portarla a casa, una prigione italiana. è malata, troppo sola. E poi le prove che la incolpano così fragili da far dubitare della giustizia Usa. Ma la caccia finita con un pugno di mosche imponeva il taglio di una testa, e la testa di Silvia era una testa facile da mettere nel sacco. “Come faccio a chiudere la mia vita in una scatola così piccola?”, Assata ride guardando il registratore. “Solo 10 giorni sono importanti”. Primo giorno: il secondo battesimo. “Era il 1959, avevo 12 anni...”. Viveva in una famiglia di sole donne. Madre maestra, zia avvocato. Il nonno vendeva tante cose in un negozio della Carolina del Nord. “Non ho conosciuto mio padre...”. Un pastore battista l'aveva battezzata appena nata, ma dalla finestra della camera di Brooklyn moriva di invidia guardando le ragazze italiane che uscivano di chiesa con l'abito spumoso della prima comunione: “è stupido cambiare confessione per un vestito, ma è andata così”. Secondo giorno, 4 aprile 1968. All'università arriva la notizia: hanno ucciso Martin Luther King, apostolo nero per la pacificazione tra i colori diversi di un'America che restava razzista. Assata piange battendo i pugni sul banco: “Bisogna fare qualcosa...”. Terzo giorno, dopo cinque anni misteriosi. La ragazza timida passa lentamente dalle file di chi marcia agitando solo cartelli, alle file segrete di chi cerca giustizia torcendo la stessa violenza. “Siamo belli e neri”, pantere metropolitane. “Quando la polizia vagava nel buio per un delitto o l'assalto a una banca, si sfogava su di noi: Pantere Nere colpevoli di tutto”. Poi Assata trova l'amore, uno dei capi: John Africa, naturalmente. Un giorno, a un semaforo, vengono riconosciuti. Comincia Apocalisse Now. John muore, Assata esce dall'auto con le mani alzate. Due colpi alle spalle la mandano all'ospedale. Carcere e processi “che fanno ridere”. Le infilano una parrucca bionda per convincere i testimoni di una banca svaligiata che proprio non la riconoscono. “Osservate bene: è lei?”. “Adesso un po' le somiglia” rispondono gli occhi incerti. Una condanna dopo l'altra... Assata racconta. Quarto giorno. Guardata a vista in celle impenetrabili. Mesi senza sonno, luce sempre accesa. Ogni tanto la vanno a prendere per interrogarla. Violenze, torture. Porta ancora i segni. Braccia e schiena. Ma la vita le fa un regalo: nasce una bambina, 11 settembre 1974, terribile penitenziario di Anderson in Virginia, chiuso dopo la protesta di chi difende i diritti umani. “Il padre chi è?”. Assata allontana la domanda con le mani. Non vuol ricordare l'oltraggio; solo la felicità: “Le ho dato un nome africano. Kakuya Amala Olugbola Shakur. è mia figlia...” Quinto giorno, in realtà raccoglie tanti giorni. Una ragazza italiana che fa parte del comitato contro la discriminazione, comincia ad andarla a trovare: Silvia Baraldini, insomma. “Incontri diversi da quelli rabbiosi degli altri amici. Mi piaceva la sua allegria. Parlavamo tanto e in fretta guardando l'orologio per non perdere un minuto. Era talmente ingenua da farmi dire: 'Alle volte ho l'impressione di essere tua madre...”. Sesto giorno: quando scappa. Notte di vigilia: “Mi lavo la testa grattando con le unghie per tirar via ogni ricordo della prigione”. Pomeriggio dopo: quattro amici neri chiedono alla direzione di poter visitare la detenuta Joanna Chesimard. Halloween, giorno di festa: permesso timbrato. Salgono sul pullman delle guardie per raggiungere il padiglione di Assata. Fuori le pistole, disarmano e imbavagliano. Due restano sul bus a tener d'occhio i gendarmi. Quando Assata appare nel parlatorio prendono in ostaggio la secondina. Di nuovo sul bus. Imboccano il cancello del manicomio criminale. Escono dalla porta dell'ospedale come parenti in visita a familiari senza memoria. Due auto li aspettano. Spariscono. Testimoni labili ricordano una donna bionda al volante. Ma Assata batte la mano sul tavolo della coca e del panino. “Silvia non c'entra. Ma non posso dire di più. Chi mi ha aiutato ormai fa politica. Non è giusto distruggerne la vita con l'ingratitudine”. E Silvia resta sola. Settima felicità: sbarca a Cuba dopo quattro anni d'ombra. Dove si è nascosta? Come ha attraversato l'America, il confine messicano, forse la frontiera del Nicaragua? Si è nascosta nella stiva di un cargo zucchero-petrolio per attraversare il mare? Assata fa segno: non posso... L'ottavo giorno è triste: la madre non c'è più. E quando la malinconia sta per cambiarle la vita, due giorni di allegria la fanno diventare quella che è. Riabbraccia la figlia e poi riceve una lettera: fra un po' diventa nonna. “Un maschio, dopo tante donne. Voglio spiegargli dove ho sbagliato. Pensare sempre e solo alla rivoluzione. La si può fare in modo diverso. Amare le persone che sfioriamo ogni giorno e seguire l'esempio di Martin Luther King: l'onestà a qualsiasi prezzo”.

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