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I tassisti di New York

di Paco Ignacio Taibo II su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Quando Alex era stato a Nuova Delhi, si era sentito subito a casa. Non poteva essere diversamente, visto che i tassisti locali erano tutti indù, proprio come a New York. E che oltretutto avevano lo stesso stile tipicamente newyorkese di pigiare sull'acceleratore senza staccare il piede dal freno, di sputare nel finestrino della macchina di lato, di manovrare con disinvoltura ed eleganza il servosterzo, muovendo la macchina come un'astronave intergalattica, invadendo la corsia opposta e provocando fragorose raffiche di clacson. Usavano gli stessi insulti, godevano con la stessa intensità dell'espressione terrorizzata del cliente al momento di scendere, fregavano sul prezzo della corsa appena potevano. Meravigliosi, praticamente newyorkesi. Per lo stesso motivo Alex fu molto, molto contento, in quel grigio mattino a Manhattan, quando esaminò meticolosamente la licenza del tassista, come faceva ogni volta prima di dare l'indirizzo di destinazione, e scoprì di trovarsi nelle mani di uno di quegli autisti suicidi che di nome fanno immancabilmente Singh. “Al Palazzo dell'ONU” disse, e accese una sigaretta nella speranza che il tassista gli ricordasse il divieto di fumare. Cosa che gli avrebbe permesso di intavolare con lui un'appassionante discussione sui diritti umani dei fumatori. Manabendra Singh, però, si guardò bene dal protestare, allungò anzi dietro di sé la mano chiedendo scontroso una sigaretta. Alex collezionava storie di tassisti newyorkesi. Era una fauna unica, con una grande mobilità sociale, molto conflittuale, estremamente loquace, un serbatoio inesauribile di informazioni, razzialmente complessa. Negli ultimi tre mesi, pensando anche all'operazione alla quale stava lavorando, aveva ritagliato molti articoli del New York Post che raccontavano storie di tassisti. Sembrava che quelli del Post fossero affascinati quanto lui dal mondo dei taxi: bambini nati in un taxi, donne che lasciavano la testa del marito in un pacchetto sul sedile posteriore di un taxi, la piùgrande operazione di traffico di cocaina nella storia di New York nel bagagliaio di un taxiÉ Alex, inoltre, prendeva nota di conversazioni sentite per caso, nomi di autisti, gruppi organizzati per nazionalità, preferenze e idiosincrasie. Sapeva che presto o tardi quegli appunti gli sarebbero tornati utili. Lo seduceva in modo particolare la storia dei ventotto zingari del volante assassinati nell'ultimo anno, i famosi gypsies, che guidavano limousine e Oldsmobile lunghe venti metri a Brooklyn e nel Bronx, quasi tutti latinoamericani. Assassinati per qualche spicciolo dopo aver risposto a una chiamata. Chi e perché aveva deciso che fossero loro le grandi vittime di fine millennio a New York? Forse l'origine della strage andava cercata nella xenofobia che la città riscaldava di tempo in tempo nel forno delle sue follie. I tassisti avevano dato vita a un universo linguistico a sé. L'inglese non era piùla loro interlingua abituale. Si parlavano via radio come adepti di una stravagante rete di sette misteriose, per lo sconcerto dei clienti. Nelle auto che fanno servizio per l'aeroporto Kennedy e per il La Guardia si parlava solo portoghese, o meglio una sua gesticolante versione brasiliana. I gypsies parlavano tra loro nel rapido spagnolo della Colombia e dello Honduras, mangiandosi tutte le consonanti. I radiotaxi gialli erano un territorio linguistico dominato dall'iraniano, l'hindi e il greco. Le stazioni cb erano controllate dai gruppi e dalle cricche piùdiverse, gli operatori parlavano pushtu, tojolabal della sierra di Guerrero, polacco di Gdansk o raccontavano barzellette in ucraino. Alex scese davanti all'ONU, rifiutò di dare la mancia, guadagnandosi gli insulti di Singh, restituì gli insulti nella propria lingua, concludendo che sicuramente la notte sua madre si faceva maschere di bellezza al grasso di vacca, e attraversò a passo di danza la First Avenue per andare dal suo psichiatra. “Ho degli incubi meravigliosi” gli disse una volta accomodatosi sul lettino. “Sogno di essere un tassista.” Lo psichiatra non sembrò cogliere la portata della confessione che il direttore della Cia gli aveva appena fatto e delle implicazioni che quella frase innocente avrebbe avuto per il resto del pianeta.

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