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La felicità

di Raul Montanari su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Avrò avuto dieci anni quando mio padre, in tono commosso, mi disse che la Costituzione americana si proponeva di garantire che ogni uomo fosse libero di “ricercare la felicità”. Da allora ho cominciato a guardare nella mia vita e non mi sembrava mai di vedercela, questa felicità. Il che mi rendeva molto infelice. Fra tutte le chimere che ci avvelenano l'esistenza, quella della felicità è forse la piùintossicante. Cercare di essere felici è molto peggio di una perdita di tempo. Immaginare che gli altri lo siano, poi, è davvero grottesco. Dietro la porta che si è appena chiusa sulle facce sorridenti dei tuoi amici serpeggiano tensioni, inquietudine, noia. Il calciatore che ha segnato tre gol ed è andato a esultare sfracellandosi contro i cartelloni pubblicitari torna a casa e si sente un cretino (o si sentirà così fra dieci anni, quando non gli riuscirà più). La top model scende dalla passerella e corre davanti allo specchio a cercare la prima ruga. L'uomo santo e giusto si incavola perché qualcuno non lo considera né santo né giusto, o perché ce n'è un altro meglio di lui. I bambini non sono felici per niente, tanto è vero che non vedono l'ora di crescere; poi, quando sono cresciuti, se ne pentono. I ragazzi sotto i venti stanno a metà strada fra la smania di andare avanti e il sospetto che quasi fosse meglio prima; nel frattempo sono dei veri specialisti nel rendersi infelici. Dai venti ai quaranta c'è troppo da fare, dai quaranta in poi è la fine. In latino felice voleva dire fortunato. Il famoso dittatore Silla si faceva chiamare “Felix”, come dire che gli era sempre andata bene. Dopo averne accoppati un bel po', si ritirò a vita privata e morì mentre era a letto con una che poteva essere sua nipote. Direi che gli è andata bene fino all'ultimo. Siccome non si sa di preciso cosa sia la felicità (Borges ha scritto: “Felici i felici”, e buona notte!) ma siamo ossessionati dalla sua mancanza, propongo di opporci tutti insieme a questo mito malsano esaminando condizioni alternative, piùfacili da definire e da ottenere. La serenità è un concetto difensivo, nel senso che consiste non tanto nel fatto che ci sono certe cose, ma che non ce ne sono altre (da evitare). Per esempio sei sereno quando non hai dei guai, quando non hai l'assillo dei soldi, non hai un orzaiolo, non hai nessuno che ti scoccia. “Come va?”. “Oh, niente male. Sono abbastanza sereno. Non mi lamento” (e qui si alzano un po' le spalle). Attraente, eh? La soddisfazione è un'emozione davvero soddisfacente, caratterizzata da un sano senso di limitazione: si può essere soddisfatti per un bel voto, ma naturalmente non lo si sarà per tre mesi di seguito (limitazione nel tempo: non può durare all'infinito); si può essere soddisfatti del proprio lettore CD, ma magari le casse sono da cambiare (limitazione nello spazio: come ti sposti, non sei piùsoddisfatto). La contentezza è una soddisfazione addizionata di allegria: quando uno è soddisfatto sorride, fa sì con la testa e telefona a un amico, quando è contento (spesso per gli stessi motivi e con le stesse limitazioni) ride, balla, gesticola e telefona a un'amica. Credo onestamente che un'esistenza serena, che preveda ogni giorno tre o quattro momenti di soddisfazione e un paio di contentezza (piano, con quelle telefonate!), assomigli molto alla felicità. Eppure, maledizione, sono convinto che anche così saresti inseguito dalla sensazione che manchi qualcosa, una magia, una chimica speciale, un di più, un vento caldo che ti travolga e ti porti chissà dove... Ci hanno fregati, ragazzi. Erano infelici loro, speravano che saremmo stati felici noi. Avete capito di chi parlo, no? Perciò, in buona fede e con le migliori intenzioni, ci hanno ficcato il virus nel cervello. E non c'è scanner che ce lo possa levare. Felici i felici (almeno un paio ce ne saranno, da qualche parte)!

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