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Atlantide

di Scipio Silvi su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

“Atlantide era un'isola grande come l'Asia Minore e la Libia messe insieme, situata al di là delle Colonne d'Ercole (stretto di Gibilterra). Ricca e potente, dominò a lungo su vaste aree del Mediterraneo, sino a quando fu spodestata con la forza dagli ateniesi e dai loro alleati. Ritiratisi sulla loro isola, gli atlantidi si isolarono dal mondo in un rigoroso autarchismo e divennero talmente empi e malvagi da attirare su di sé le ire funeste della Natura. In un solo giorno e in una sola notte, Atlantide fu fatta a pezzi da una serie ininterrotta di devastanti terremoti, flagellata e sbriciolata dalle tremende bordate di giganteschi cavalloni, provocati da terrificanti maremoti. Infine l'isola scomparve dalla faccia della terra, inghiottita dal mare (oceano Atlantico?) con tutte le sue città e i suoi abitanti”. Questa narrazione è parte di un racconto (una delle tante traduzioni) che Platone riporta nei suoi Dialoghi (Timeo e Crizia), attribuendolo a un sacerdote egizio, che lo raccontò al legislatore Solone incontrato in Egitto, il quale, ritornato ad Atene, lo riportò a Crizia. Il racconto precisa, inoltre, che la catastrofe avvenne 9.000 anni prima della nascita di Solone (a occhio e croce 11.450 anni fa), e fornisce una descrizione accurata del Continente (Crizia), magnificandone la varietà del territorio, la mitezza del clima, la fertilità della terra, e soprattutto e la bellezza raffinata delle città e l'ottima forma di governo, che Platone indica come esempio ideale di perfetta confederazione; nonché l'alto grado di conoscenza raggiunto dai suoi abitanti in tutti i campi dello scibile umano: dalla scienza alla tecnica, dall'arte all'astronomia. A parte quello che ha scritto Platone, l'esistenza di Atlantide non è avvalorata da nessun altro “documento” pervenutoci dall'antichità. A partire dal Medio Evo, in molti si sono cimentati nel confermare o demolire la veridicità del racconto di Platone - Atlantide sì, Atlantide no - ma sino a ora non si è giunti a nulla di concreto, nell'uno o nell'altro senso. Nel nostro secolo, ricerche in mare da parte di spedizioni oceanografiche, dotate dei piùavanzati e sofisticati strumenti di rilevamento, non hanno scoperto nulla che possa provare senza ombra di dubbio che da qualche parte nell'oceano Atlantico, o in uno degli altri oceani, sia sepolta una o piùcittà, o trovato elementi tali da far supporre che vi sia sprofondato un intero continente vasto quanto quello descritto dal grande filosofo. E allora? Che la storia di Atlantide sia un mito? Forse. Nessuno può dirlo con assoluta certezza. Il non avere trovato nulla non prova un bel niente, magari qualcosa c'è, ma non è stato ancora rinvenuto. La parola “mito” sta per narrazione favolosa delle origini e delle gesta degli dèi e degli eroi dell'antichità; ma anche elaborazione fantastica di avvenimenti o personaggi reali. Ergo, prendendo per buona la seconda definizione, nulla vieta di credere che la mitica Atlantide sia esistita veramente, e che i suoi abitanti fossero progrediti a tal punto, che alcuni di essi, “miticamente” scampati alla morte, durante la distruzione della loro isola, siano giunti in Egitto e abbiano insegnato agli egiziani come costruire le Piramidi, mummificare i cadaveri, o prevedere le inondazioni del Nilo mediante l'osservazione delle stelle. Altri ancora potrebbero essere approdati in Centro America, ed essere stati, se non gli artefici, gli ispiratori delle civiltà precolombiane che per molti versi presentano diverse analogie (tuttora inspiegabili) con le civiltà mediterranee. E, volendo esagerare, alcuni (magari i pronipoti) potrebbero essere giunti sino a Pasqua e avere insegnato agli indigeni come costruire le macchine per trasportare e scolpire i monoliti giganteschi che dimorano sull'isola. In mancanza di certezze, nell'uno o nell'altro senso, l'ipotesi del mito è senza dubbio la piùcomoda e la meno ingombrante da portarci dietro. Tuttavia, come tutti i miti che si rispettano, ci sarà sempre qualcuno che cercherà di sfatarlo, ma per farlo dovrà per forza esplorare e conoscere il mare sempre meglio e sempre piùa fondo. E forse, chissà, a lungo andare troveremo proprio nel mare le risposte alle domande sulle nostre origini che da sempre arrovellano le menti di filosofi e scienziati. Magari lo scopo di Platone era proprio questo: stimolare e tenere viva la curiosità dell'uomo per la parte piùestesa del nostro pianeta. Se queste erano le sue intenzioni c'è riuscito per circa ventiquattro secoli, e da come stanno andando le cose, credo che il mito del Continente scomparso durerà per molti secoli ancora, se non di più.

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