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Marianne Faithfull e i Rolling Stones

di Serena Dandini su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Se devo essere sincera io di miti non ne posso piùsentir parlare. Già l'abusato aggettivo “mitico” solo a nominarlo mi procura delle crisi di rigetto un po' come la musica di Beethoven per il protagonista di Arancia meccanica del “mitico” (e qui ci vuole) Stanley Kubrick. Il problema è che “my generation” come direbbero gli Who si è nutrita di mitologie di ogni genere e dimensione e ne ha fatto una tale indigestione che ancora oggi non si è ripresa del tutto. Io personalmente faccio ancora degli incubi piùangosciosi di quelli da over-dose di peperoni arrosto, l'altra sera ho sognato Che Guevara con il basco di Finardi che fa la rivoluzione in montagna insieme a Giorgio Bocca a cavallo dell'asinello di Prodi e di Di Pietro; roba da svegliarti tutto sudato nel pieno della notte e a quel punto l'unica salvezza è farti di valeriana omeopatica o farti di programmi revival in bianco e nero, quelli del “mitico” Studio Uno, Chissà chi lo sa, La nonna del Corsaro Nero eccÉ le sole immagini rassicuranti di fine millennio. Lasciando da parte la politica che oggi piùche fonte di esaltazione mistica lo è di profonda incazzatura terrena, cerchiamo di fare un po' d'ordine per i più giovani; storicamente, prima dell'avvento della mitizzazione globale, prima cioè che chiunque diventasse leggenda solo dopo essere apparso per pochi secondi in televisione, si diventava un mito solo se si appariva tra le nuvole o camminando sulle acque. C'erano pochi fenomeni che avessero il diritto di entrare nell'Olimpo ma poi venne il rock e il paradiso cambiò completamente paesaggio. La mitologia rock non ha avuto nulla da invidiare a quella greca o simili. L'eroe bello e ricco di talento era destinato a morire giovane e a lasciare una scia di adepti che si occupavano scrupolosamente del suo culto. Non so se vi è mai capitato di fare due passi tra i viali del “mitico” cimitero del Père-Lachaise di Parigi, è un'esperienza edificante e romantica; tra le tombe monumentali e ben curate di Isadora Duncan e Victor Hugo vedrete aggirarsi dei freakettoni con la tutona jeans consumata da un “on the road” decennale, seri e composti tra i vialetti di crisantemi raggiungono quello che rimane della tomba di Jim Morrison. Sì perché una volta c'era un bassorilievo che raffigurava il divo del rock dormiente con i suoi “mitici” jeans marmorizzati, ma qualche fan troppo egoista non ha resistito alla tentazione di costruire un altarino casalingo e ha trafugato fino all'ultima pietra. Al terzo o quarto tentativo di ripristinare il monumento, finito puntualmente con l'ennesimo furto, la direzione del cimitero ha deciso di lasciare un semplice letto di sabbia che però non scoraggia il gregge di appassionati che troverete puntualmente seduti in circolo mentre si scambiano canne e ricordi di concerti con il bonghista di turno che accenna sottovoce “This is the end, my friend”. Nella grande famiglia della mitologia rock come in quella indiana del Ramayana ci sono diverse figure oltre a quelle dominanti di Shiva e Brahma, che se non brillano di luce propria ce n'hanno parecchia di quella riflessa. Io ero una rollingstoniana integralista e veneravo Mick Jagger che oggi ha perso ogni caratteristica divina ma sembra piuttosto un manager senza scrupoli uscito da una replica del commissario Derrick. Insomma adorando Mick Jagger avrei dato tutto per essere nei panni o meglio nelle minigonne di Marianne Faithfull, girl-friend ufficiale della divinità. Marianne era il simbolo di tutto quello che una ragazza mediterranea degli anni '70 poteva desiderare. Era bionda, magra, andava in giro nuda sotto la pelliccia (ancora non c'era l'obbligo ecologista del peluche), si drogava e faceva l'amore con Mick Jagger e forse nei ritagli di tempo anche con Keith Richard. Un vero paradiso terrestre. O almeno così ci sembrava con le lenti rosa degli occhiali alla Carnaby Street. Avrei dato il motorino Solex, tutti i fidanzati anche quelli piùcarini del baretto davanti a scuola, l'amica del cuore e qualsiasi altra cosa pur di prendere il suo posto, se fosse passato un angelo o la lampada di Aladino avrei cambiato la mia piatta normale vita di studentessa banalmente curiosa e a tratti brillante con la rutilante esistenza di Marianne. Per fortuna l'angelo non è passato e io ho continuato la mia esistenza e Marianne la sua. Leggendo la sua autobiografia trent'anni dopo mi sono commossa, mi sembrava di averla accanto con la sua voce roca, spezzata dalle esperienze, raccontarmi in “broken english” che si era sentita fregata, che il mito l'aveva travolta, ingannata e si era trovata da sola in una serie di tunnel neri da cui era sopravvissuta per miracolo e forza di volontà. In qualche modo ce l'ha fatta, è meno mitica ma molto piùsimpatica di tanti angeli maledetti e non risparmia frecciate ironiche nei confronti di tutto l'Olimpo. I miti sono così, prendere o lasciare, meglio ancora onorarli da lontano.

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