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La rimpatriata

di Valerio Peretti Cucchi su Smemoranda 2000 - Quello sporco ultimo mito

Ore tre di un mattino di gennaio. Ogni tanto un'automobile o il fischio di un treno in lontananza graffiano il silenzio. Il freddo pungente e il buio rotto qua e là dai coni di luce dei lampioni indicano che è notte, per il resto, la piccola città di provincia è esattamente come in qualsiasi altra ora della giornata: addormentata. Mara, all'angolo della strada di periferia tiene una mano in tasca, mentre con l'altra stringe un cellulare. Non capisce nemmeno piùse sta tremando per la tensione o per la temperatura. E' lì da un'ora ormai, ma non ci sono stati problemi, non ha visto nessuno. Passeggia nervosamente avanti e indietro e quando becca in pieno un palo della luce intuisce subito per quale motivo non ha visto nessuno: ha gli occhiali completamente brinati! Una lente rotta, il sangue che le cola dal naso, ma ciò che la spaventa è che una mano le è diventata verde fosforescente e per giunta è pervasa da un incontrollabile tremolio. Le ci vuole qualche istante per capire che è il telefonino che vibra. Lo odia quel telefonino, perché rappresenta il sistema... sì, il sistema escogitato dalla mamma per rintracciarla in ogni momento. Quella di Mara è una di quelle mamme amiche alle quali si può dire tutto, tranne che ti piacerebbe rompere l'amicizia! “Pronto Mara?... Tutto bene lì?” “Ah, siete voi! Era ora! Sì, tutto tranquillo, come sta andando?” “Liscio come l'olio, siamo dentro il capannone, ora ti apriamo!” Ore quattro e dieci: la porticina metallica, si spalanca “era solo accostata?!”. “Ma porcaccia la miseria Mario, sono stata fuori al freddo a fare il palo tutto questo tempo per scoprire poi che la porta era aperta?”. “E allora cosa dovremmo dire io e Carlo? Abbiamo scavalcato due cancelli, tranciato quattro catene con lucchetto, e saltato una rete di filo spinato! Oltretutto ho fatto anche uno squarcio nell'eskimo di mio padre! Chi lo sente adesso quello?” “Un'occupazione non è una passeggiata, qualche imprevisto c'è sempre! Che credete, che i primi tempi al Leonca, sia stato tutto rose e fiori?”. “Perché, tu c'eri?”. “No! Però c'era mio papà e mi ha raccontato tutto! Ha ancora i ritagli dei giornali e in un barattolo ha conservato un po' di fumo dei lacrimogeni; quando parla di quei tempi, lo apre, me lo fa annusare e poi piangiamo insieme, io per il fumo e lui per la nostalgia”. Ore cinque e trenta. E' ancora buio quando arrivano gli altri con bandiere e striscioni. C'è fermento, c'è entusiasmo, c'è vita e dopo essersi arrampicato per inchiodare lo striscione con la scritta “Centro Sociale Autogestito” c'è anche un nuovo strappo nell'eskimo del papà di Mario. Non importa, ogni rivoluzione ha i suoi martiri. Ore sei, ci si appresta a organizzare barricate e servizio d'ordine per difendersi dagli assalti della polizia, segue riunione del collettivo per ribadire che finalmente è giunto il momento che i giovani della città abbiano uno spazio tutto loro in cui esprimersi, confrontarsi e rendersi indipendenti. Ore sette: bussano alla porta. “Sbirri assassini, non cederemo, andatevene!”. “Non dire sciocchezze Mara, sono la mamma; ti ho portato un maglione, lo sai che hai già la tosse!”. Seguono a ruota il papà di Carlo con panino al prosciutto, succo di frutta e guanti in pile, il papà di Mario, con gocce per il naso e una fetta di torta mandata dalla mamma... e poi il papà di Raul e quello di Jolanda e la mamma di Alice e quella di Sergino e poi a poco a poco i genitori di tutti quanti. “Ciao, anche tu qui?”. “Ma dai!... Come va?”. “Guarda, c'è anche il Bruno, te lo ricordi? Adesso è nel sindacato...”. “Gino... quanto tempo, ti ricordi quando abbiamo occupato il liceo?”. “Alberto, non sei invecchiato niente... stesso eskimo, solo un po' stracciato!”. “Sono Mario, il figlio di Alberto signora...” “Guarda, c'è anche il Gianni... ci siamo proprio tutti... ragazzi, scusate, volete fare meno baccano che stiamo parlando?”. Ore otto: il centro sociale è ormai nelle mani dei genitori. Mara e gli altri ragazzi, fuori, non sanno cosa fare, poi Mara ha un'idea, prende il cellulare e tenta un'ultima mossa disperata: “Pronto polizia? Degli esagitati hanno occupato il capannone comunale di via Mercati generali, sono del comitato di quartiere, venite in forze e fateli sgombrare!” Ore otto e trenta: l'occupazione è fallita, un altro mito è crollato!

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