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La colonia

di Carlo Lucarelli su Smemoranda 1999 - Va' a quel paese

Avevo nove anni quandoi miei decisero che quell'estate mi avrebbero mandato in colonia assiemea mio fratello che ne aveva sette. Lo trovai dove stava di solito, sedutosulla tazza del water e quando glielo dissi mi guardò serio, piegatoin avanti, i gomiti puntati sulle ginocchia e le suole delle scarpe da tennische sfioravano appena il pavimento, infagottate nei calzoni.
“Cristo”, disse, “sapevo che prima o poi sarebbe successo.Suore o signorine?”
“Signorine.”
“Merda”
Al mare in colonia, per come la vedevamo noi, ci andavano i figli di genitoripoveri o che volevano toglierseli di mezzo per andare in vacanza loro. Allimite, i bambini tubercolotici. Ma noi non appartenevamo a nessuna di quellecategorie. Noi eravamo figli di genitori democratici. Ci mandavano in coloniaperché facessimo esperienza di vita comunitaria.
“Io, per me” disse mio fratello, stringendosi nelle spalle, “sogià cosa fare. Alla prima occasione me la faccio addosso e mi facciorimpatriare”.
Era il suo metodo. Mio fratello era di intestino debole. Gli bastava soltantopensare a un piatto di prugne secche che dovevano ricoverarlo d'urgenzain gabinetto. Ci saltava intere settimane di scuola. Io gli dicevo “chesenso c'è? seduto qui o a scuola, dov'è la differenza?”,ma lui sorrideva, sornione e diceva, “fratello, sono io che decidodove metto il culo. Sta qui la differenza”.
Partimmo di sabato mattina con un pullman di bambini assonnati, vestititutti uguali: calzoncini corti, maglietta a righe e berrettino da marinaio.Io avevo fatto di tutto per evitare il berretto, ma non era servito a niente.Mio fratello se lo era lasciato infilare con aria angelica, e sembrava anchecontento. Poi, rapido, mi aveva fatto vedere il tubetto di dentifricio cheteneva infilato in tasca. Durante il viaggio feci amicizia con un bambinoche sedeva accanto a me e che si chiamava Giubilini ma dopo pochi chilometricominciò a vomitare e lo spostarono davanti, accanto alle signorine.Venne un tizio con i denti da cavallo che si chiamava Rubiolati e che sapevafischiare col naso ma cominciò a vomitare anche lui e finìdavanti. Allora venne un bambino che era piùpiccolo di me, ma avevail berretto da marinaio tutto sporco e stracciato, come se lo avesse portatoda una vita.
“Tre anni di colonia, bello” mi disse, “e faccio solo laseconda. Ne ho viste di cose, laggiù.”
Mi raccontò che non è vero che le signorine sono peggio, chele suore voltano le spalle alla spiaggia con le sottane sollevate sullegambe e ridono quando l'acqua gli sale alle ginocchia ma intanto vedonotutto quello che succede dietro e quando tornano in camerata si tolgonole ciabatte e menano peggio della Celere. Mi raccomandò di schizzarein refettorio all'ora di pranzo per occupare il posto accanto alla finestra,buona per buttarci gli spinaci al burro quando le signorine si voltavanodall'altra parte. Mi disse di stare attento al figlio del bagnino, un bastardocicciabomba che alla prima occasione ti lanciava il cappello nell'acqua.Il trucco: non accettare provocazioni. Se lui dice “cretino” rispondere“chi lo dice lo è mille volte piùdi me”. Se dice“imbecille”, rispondi “il tuo culo fa le scintille”e il bastardo è fregato. Dal sedile di dietro, intanto, veniva unsottile ma intenso odore di menta. Mio fratello era già al lavoro.
Arrivammo di pomeriggio e ci misero tutti a dormire perché dicevanoche eravamo stanchi del viaggio. Restammo un paio d'ore a guardare il soffittostesi su lettini stretti e duri come la bara di un vampiro. Dopo un paiodi minuti sembrò che nella camerata fosse esplosa la fabbrica dellaColgate. Quella sera stessa mio fratello mi salutava con la mano dal furgoncinoche lo riportava a casa. “Tieni duro” mi sillabò da dietroal vetro del finestrino.
In realtà non era male, la colonia. Non era una cosa da bambini poverio abbandonati. C'era un mare bellissimo, azzurro e pulito, sabbia fine concui giocare e sole tutto il giorno e anche se non c'era neppure una bambinanon ce ne importava molto perché eravamo tutti in età prepuberale.Fu il bambino di seconda a spiegarci come stavano le cose: un giorno cheeravamo sulla spiaggia a coprire Giubilini di sabbia.
“Non è la realtà delle cose che fa un posto, ma lo spiritocon cui lo guardi. Ragazzi, la geografia è un concetto puramentementale e se lo vedi da una certa angolazione anche un luogo come questoti può sembrare il Vietnam di Platoon o le strade di Pulp Fiction”.
Non capimmo cosa voleva dire perché eravamo troppo piccoli e OliverStone e Tarantino non avevano neppure cominciato a fare film. Ma sentivamoche aveva ragione. Così finimmo di seppellire Giubilini lasciandoglisoltanto la testa fuori e schizzammo via perché stavano arrivandole signorine.

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