I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

Sul 45° parallelo

di Davide Ferrario su Smemoranda 1999 - Va' a quel paese

Una volta sono stato un viaggiatore di paesi lontani.
Adesso non più. Adesso viaggio sul quarantacinquesimo parallelo. Corre più o meno lungo il Po, da Torino al delta dei lidi ferraresi - e se uno si munisce di un atlante fa presto a vedere che andando verso est arriva fino in Mongolia. E poi, essendo che la terra è rotonda, torna indietro da dove è partito, come gran parte delle cose della vita.
Sul quarantacinquesimo parallelo io ci ero nato, ma di questo mi sono resoconto soltanto dopo, quando ho cominciato a capire che l'America o l'Orientesono posti rispettabilissimi, ma che uno viaggia davvero solo dentro le sue radici.
E poi il quarantacinquesimo parallelo non è un posto qualsiasi. Comeentusiasticamente ci informa un cartello sull'autostrada Milano-Genova,è esattamente a metà strada tra il Polo Nord e l'Equatore.A suo modo, un ombelico del mondo, proprio fuori dalla porta di casa. Perché uno pensa che l'utopia viva in qualche folgorante luogo agli antipodi dove la gente parla lingue straniere (o sta zitta, che è meglio), ma permettetemi di argomentare che non è così. La magia dei posti in cui si rivela l'anima sta in verità molto più vicino a casa di quanto si pensi.
Qualcuno può obiettare che non esiste paesaggio più noioso di quello che si presenta ai viaggiatori dell'autostrada del Brennero tra Modena e Mantova. D'accordo. Però prendete la prima uscita che vi capita, diciamo Carpi, e perdetevi nella campagna. I grandi capannoni industriali e la piatta desolazione con l'orizzonte coperto alternativamente dalla nebbia o dall'afa restano sempre quelli, ma tutto assume all'improvviso un altro senso. È la velocità che detta questa logica del guardare. Abituati ad attraversare luoghi come a cambiare canale, non ci accorgiamo più delle specificità dei posti. Bisogna andare lenti. Ma attenzione, non sto dicendo che vi imbatterete in luoghi pittoreschi. Al contrario. La campagna lì attorno è spopolata e sono più le case e le cascine abbandonate che le allegre aie contadine di una volta. Incontrate uomini e donne sorridenti e dal passo pesante, gente quasi dimenticata dalla modernità anche se sul tetto della loro casa campeggia un padellone satellitare. Un luogo strano, come se diversi periodi di questo secolo convivessero insieme per il capriccio di qualche dio del calendario.
E poi c'è la luce. La luce della pianura. La luce che cade tra ipioppeti in un reticolo da spaccare il cuore o che annega in un'ansa delfiume. La luce catturata dalle fotografie di Luigi Ghirri o raccontata dailibri di Gianni Celati.
Andate sempre più piano fino a fermarvi, semplicemente guardandoviattorno. Magari siete in uno slargo senza arte né parte, con un crocefissosghembo a un incrocio, l'altarino di un incidente coi fiori secchi sul cigliodella strada, e una nuvola - una sola - che attraversa un cielo azzurroa piombo sulla terra. Un luogo neanche degno di un battito di ciglia, disolito. Ma lì finalmente capisci che il senso del viaggio non stanello spazio. Sta nel tempo. In ciò che si modifica dentro di noi,dovunque ci sia dato di essere in un certo momento. Non serve l'aereo perquesto. Giocare col tempo non ha nulla a che fare col fuso orario. Se voletedavvero viaggiare, fermatevi.
Ci scommetto che c'è un quarantacinquesimoparallelo anche dalle vostre parti, se guardate bene.

Advertisement