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Immagina...

di Sconsolata su Smemoranda 2006 - Immagina che...

... Che una notte, dentro un prodigioso sogno, per una volontà superiore, inspiegabile e straordinaria, tu scopra di poter abbandonare il tuo corpo dormiente e potertene andare in giro per il pianeta scegliendo quale forma assumere, quale esistenza assaporare...
Quella notte dunque decisi di sperimentare più forme di vita iniziando dal regno animale, passando con la disinvoltura di una fantasia infantile e la velocità di un acido, da una sembianza all’altra.

Per prima creatura, scelsi un cane. Un meraviglioso cane abbandonato che vagabondava in un tramonto id’inverno su una spiaggia imprecisata, e meditava, tra uno spruzzo e l’altro delle onde troppo vicine al suo muso, quanto fosse appropriata quell’espressione che aveva spesso sentito dire agli uomini "vita da cani". Il suo cuore perennemente fedele non riusciva a spiegarsi come il suo amato padrone avesse potuto, in un gesto, disfarsi di lui senza nessuna umanità.

Così tra le lacrime di cane che mi bagnavano il naso, decisi per protesta di diventare Cat Woman.
Fu un attimo, anzi un balzo. Graffiante e totalmente libera godevo della mia felina bellezza, e indifferente alla umana stupidità meditai quattro o cinque succulente vendette che avrebbero risistemato un paio di equilibri ecologici.
Bastò quel pensiero e la mia agilità di gatta mi vide rapidamente trasformarmi in una sontuosa pantera. Ma dopo il primo passo di felpata vanità, sentii addosso il peso di tanta perfezione e di un’identità troppo temuta, forse anche stanca della quotidiana ferocia che la sua natura le assegnava.

Valutai allora di trasferirmi in altra creatura aspirando a una bellezza più nobile.
Così mi ritrovai al galoppo, sentendo su di me la potenza e la libertà del cavallo. Mi scoprivo quasi felice, forse perché correvo brada, e non avevo nostalgia degli uomini e dei loro accampamenti, ma avvertivo ugualmente nella voluttà del vento, la solitudine malinconica di quella libertà inevitabile.

Mi catapultai in un’acrobatica capriola spazio-tempo davanti alla cella di un detenuto al di là del mondo, e decisi di bussare spacciandomi per un angelo.
Pianse a lungo, e io, vedevo nelle sue lacrime. Cristalli di cuore... anni di rimpianta bontà... giorni e notti di interminabile rimorso. E vesti appese di speranza, invecchiate come un bucato dimenticato. Gli promisi in una carezza di non dimenticarlo, e poiché ero un angelo, la mia promessa fu eterna.
Rubai, andandomene, qualche stella all’oscurità e la posi nei letti di bambini che non avevano più sogni.
L’angelo in cui ero entrata si rannicchiò sotto una coperta di sofferenza e scomparve nell’oceano.

Rimasi smarrita e estranea a me.
Avrei potuto diventare una conchiglia o una pietra o un pettirosso. Ma la notte stava finendo e decisi allora di raggiungerti nel tuo letto di immigrato mentre mi sognavi in spagnolo. Il tuo corpo caldo e il tuo abbraccio definitivo mi restituirono la mia femminilità e mi sembrò meraviglioso poterti accogliere in essa, stringerti sul mio seno. Guardarti in silenzio. Come un figlio allattato.
Forse avrei avuto altre notti dove lo straordinario sogno mi avrebbe ancora consegnato la facoltà di sperimentare l’ebbrezza di quelle trasformazioni che mi orbitavano da un corpo a un altro.
Ma ora, aver ritrovato il tuo, che ridava sangue e respiro al mio, apriva nuovi confini alla percezione mentale della realtà, che con te animalescamente vivo, nel mistero dell’amore e nell’abbandono a esso sentivo espandersi sino a non più distinguere quale fosse il sogno e la sua miracolosa contiguità...

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