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Pura fiction

di Annamaria Testa su Smemoranda 2007 - Be free to...

Mi è sempre piaciuto guardare la televisione. Anzi: a dirla tutta, mi è sempre molto piaciuto guardare molta televisione.
Quasi sempre mi addormento e sogno il proseguimento del programma. I sogni che faccio sono fedeli: magari sbaglio il vestito di una soubrette o la battuta del personaggio minore di una serie televisiva, o qualche particolare dell’arredamento, o certi colori. Ho la tendenza a virare tutto di blu-azzurro.
Per dirne una, il Gabibbo spesso mi viene fuori color mirtillo.

Quando mi risveglio ho sempre un po' di anticipo rispetto a quanto sta succedendo sullo schermo. Da due a cinque minuti, in media. È stato questo a farmi capire che il programma è realmente andato avanti nella mia testa: tutta roba mia, non un semplice audio passato dalle mie orecchie e trasformato in un video apparso in sincrono dentro il mio cervello.
La cosa curiosa succede coi talk show e i telegiornali. Se mi ci addormento davanti, certi pezzi li ricostruisco benissimo: pura fiction.
Niente da fare, invece, con le notizie della Borsa o i numeri del lotto.
Peccato: ci potrei fare un bel po' di soldi. Anche le previsioni del tempo e certi film mi scappano via, e perfino alcuni cartoni animati: è una cosa che mi innervosisce molto.

Qualche mese fa ho pensato di telefonare o scrivere a quelli che fanno i programmi dicendogli di mandare a casa tutti i loro autori e pagare me: mi addormenterei davanti alla puntata-pilota e, con un po' di esercizio, potrei arrivare a dirgli che cosa succede nelle venti puntate seguenti, per filo e per segno.
Poi ho telefonato e scritto per davvero: passo talmente tante ore davanti alla Tv che non mi resta tempo per andare a lavorare, e questo fatto mi sta creando qualche problemuccio di carattere economico.
Non mi ha risposto nessuno: forse si sono offesi, a pensare che una persona semplice come me potesse avere già in mente tutte le storie presenti e future, tutti i dialoghi, tutti i colpi di scena, tutti i morti ammazzati, tutti gli show, così come saranno.
Tutto quanto di televisivo viene prodotto sulla base di una sceneggiatura, break pubblicitari compresi. Solo, un poco più blu.

Finalmente, l’altro ieri, ho capito come funziona veramente la faccenda: la fiction televisiva è realmente connessa con quello che succede nel mio cervello.
Voglio dirla semplice semplice: se io smettessi di sognare, quelli là smetterebbero di scrivere. Si spegnerebbero con un click. Ho mandato telegrammi a tutti, chiedendo un milione di euro (lo so, è una bazzecola: ma io sono una persona semplice e mi accontento di poco) per non mandare in crisi l’intero sistema.
E –l’arroganza di questi tizi è incredibile, vero?- ancora una volta non mi ha risposto nessuno.

Devo vendicarmi.
Mi schiodo dallo schermo e voglio vedere come se la cavano senza di me, che penso e sogno per loro: una fatica bestia. C’è un unico problema: mica facile pensare ad altro, anche se –ed è stato orribile, orribile!- ho spento il televisore.
Provo ad aprire un libro, ma tutte quelle righine uguali mi si incrociano davanti agli occhi.
Provo ad uscire per strada: senza i bordi del teleschermo a contenere le immagini, mi viene una nausea bestiale. Barcollo.
Almeno otto facce televisive mi strillano contemporaneamente nel cervello: deve essere la prossima puntata di Porta a Porta.
Ondeggio pericolosamente verso una pensilina dell’autobus, (c’è un seggiolino arancione che mi aspetta a braccia aperte) ma sbaglio mira e vado praticamente a sbattere contro una ragazzina con la macchinetta ai denti che mi fa: "Ehi, sei fuori?"- e si sposta schifata. Ha il naso a punta, i capelli color topo, ed è così bruttina che non la metterebbero nemmeno nell’ultima fila tra gli spettatori di un programma del pomeriggio.
"Scommetto che da grande vuoi fare la velina" le dico per darmi un tono.
"Veramente da grande voglio vincere il Nobel per la letteratura" fa lei sputacchiando per via della macchinetta.

E a questo punto – giuro che non so come fa a venirmi in mente, dev’essere il ricordo di qualche oscuro telequiz del secolo scorso - le chiedo se sa recitarmi una poesia.
Sputacchia e dice effe invece di esse per via della macchinetta, ma la sua voce è di cristallo. Nella mia testa entrano le sue parole, e queste generano immagini che non avevo mai visto prima.

Resto immobile sul seggiolino arancione per un bel po' dopo che lei se ne è andata, mentre ore e ore di fiction passata, presente e futura mi defluiscono lungo la spina dorsale giù per le gambe e le dita dei piedi allargandosi in vibrazioni blu sull’asfalto sporco sotto la pensilina.
So già che se tornassi a casa e accendessi il televisore ora vedrei conduttori balbettanti, soap smozzicate e inconcludenti, ballerine imbranate, telegiornali sfuocati. Ma non mi basta ancora.
Voglio scollegarmi, in modo che il dannato teleschermo e l’intero sistema sprofondino in un buio quasi totale. Me ne sto qui, e aspetto.

Aspetto qualcun altro capace di dirmi delle poesie.

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