I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

Cerbottane e savoir-faire

di Enrico Brizzi su Smemoranda 2006 - Immagina che...

Immagina che le guerre si combattano come da ragazzini, con le cerbottane e un pizzico di savoir-faire.
Se ripenso agli anni del cortile, devo ammettere che era di grande sollievo, avere di fianco mio fratello. Senza il Druso, Malavasi e gli altri delle case IACP non saremmo stati una vera banda, ma anche da soli sapevamo come cavarcela.
Fummo noi, mio fratello e io, a difendere il cortile la volta in cui i ragazzi di via Perti Vecchia provarono a invaderci.
I maledetti sapevano che il Druso e gli altri erano costretti a riposare dopo pranzo, e attaccarono alle tre d’un pomeriggio d’estate, mentre mio fratello e io giocavamo alle corse dei tappi, chini sulla pista disegnata con il gesso sull’asfalto assolato.
Anche loro erano solo in due, il ciccione Treculi e il suo vice Fiammiferino, ma avevano le cerbottane di ferro e ci hanno sparato addosso a tradimento.
Oggi è diventato un avvocato, Fiammiferino. E Treculi lavora al bar dei suoi genitori, a cento passi dal cortile.
Dopo la prima gragnuola di colpi, abbiamo capito che facevano sul serio e siamo corsi a ripararci dietro la Simca del padre di Malavasi.
Tiravano a ripetizione, i maledetti. Avevano preparato centinaia di munizioni, e mentre i pallini di stucco schioccavano sulla carrozzeria, ci provocavano per farci uscire allo scoperto.
Erano decisi a suonarcele in casa nostra, e per farci uscire allo scoperto imitavano il verso del pollo, gridavano ‘conigli’ e facevano la voce da donna.
Pensavo pieno di rancore al Druso e Malavasi addormentati come bambine ubbidienti nelle loro camerette, e pensavo che forse eravamo ancora in tempo per ripiegare verso la porticina delle cantine.
Però bisognava sganciarsi in fretta, prima che i maledetti venissero a stanarci di persona.

Non sapevo fino a che punto potesse manifestarsi, la furia delle orde di via Perti Vecchia, ma avevo sentito dire che Treculi, una volta, si era arrabbiato con il vecchio postino e l’aveva ucciso con un pugno. Non sapevo se era vero oppure no, ma di sicuro il vecchio postino non si era più visto in giro, e adesso a portare le lettere veniva una ragazza. Così insistevo che ce la svignassimo, ma mio fratello si guardava intorno sorridendo come se non vedesse nessun problema serio all’orizzonte.
"Non vorrai mica dargli soddisfazione" ha detto, e per tirarmi su di morale ha preso a insultarli con parole copiate dai libri della biblioteca.
"Luridi commodori" gridava ginocchioni dietro la Simca, "anacoreti vigliacchi”, e aveva un tono così indignato che le vecchie hanno cominciato ad affacciarsi alle finestre.
Non so quanto può essere andato avanti con i suoi insulti da giovane lettore.

Di sicuro, a un certo punto è uscito dal riparo della macchina gridando "Tregua, tregua".
L’hanno preso su una coscia e l’hanno preso a un orecchio, ma dopo un po’ che avanzava mani in alto, Treculi e Fiammiferino hanno smesso di sparare stucco. Mio fratello diceva "tregua", li inferlava con la Convenzione di Ginevra e quelli non sapevano più tanto bene cosa fare.
Sono rimasti a guardarlo mentre andava verso di loro, espressivi come due bagonghi, le cerbottane a mezz’asta, e appena mio fratello li ha avuti a tiro ha sferrato un calcio micidiale dritto al cavallo di Treculi.
Più avanti ha raccontato di averlo preso in pancia, vantandosi di avere messo in atto non so più quale tecnica orientale, ma la verità è che ha calciato di punta, all’improvviso, con il piede a martello.
Treculi è franato su se stesso, pallido come gli avessero staccato l’elettricità, e Fiammiferino, anziché soccorrere l’amico, ha gridato "Perdonami, capo" e si è dato alla fuga verso le villette di via Perti Vecchia.

Allora sono uscito anch’io dal riparo della Simca per vedere da vicino il ciccione fuori combattimento. Era sdraiato al centro del cortile, sopra una delle nostre vecchie piste in gesso per le corse dei tappi.
Tamponava il cavallo dei pantaloni con le mani inzaccherate di stucco e, con un filo di voce, piagnucolava che gli erano saliti i maròni. Ero fiero di mio fratello e il suo savoir-faire, mentre raccoglievo la cerbottana di Treculi e la prendevo in consegna come preda di guerra.
Mi inorridiva l’idea che a qualcuno potessero salire i maròni, ma erano stati Treculi e quell’altro a invaderci a tradimento. Adesso era nostro prigioniero, ed ero sicuro che, appena sarebbe stato in grado di mettersi in piedi, l’avremmo lasciato andare senza fargli niente. Nient’altro, intendo.

Poi ho visto mio fratello aprire le braccia e gridare al cielo "Volo d’angelo". "Volo d’angelo", ha gridato sotto i tigli del cortile e, mentre si tuffava su quel povero ciccione fuori combattimento, mi sono detto che tutto il wrestling sulle televisioni private stava ammazzando il suo lato cavalleresco.

Advertisement