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oggi voglio

Sette giorni si sette

di Giuseppe Culicchia su Smemoranda 1999 - Va' a quel paese

Emma esce di casa e sale sul tram numero tredici ogni mattina, portando sempre con sé una piccola macchina fotografica nera. Non viaggia mai per la città senza la sua macchina fotografica, celata all'interno della borsa o in una delle tasche del cappotto, e a volte per la verità quasi si dimentica dell'esistenza di quel minuscolo oggetto di metallo, nemmeno fosse una parte del suo corpo. Quante volte nell'arco di una giornata ci fermiamo a pensare alla nostra scapola destra, alla colonna vertebrale o alla ghiandola tiroide,per non parlare di cose come la milza, le vertebre lombari, il muscolo sternocleidomastoideo,oppure quello flessore ulnare del carpo? Emma trascorre anche settimane,o addirittura mesi, senza pensare alla sua macchina fotografica, senza usarlamai eppure viaggiando sempre insieme a lei, sette giorni su sette, ventiquattroore su ventiquattro (e nel sonno? E sotto la doccia? Chissà). Inspiegabilmentepoi invece certi giorni la estrae dal suo nascondiglio, e la adopera. Spessola gente di passaggio la scambia per una turista. Qualcuno si ferma a osservarla.Gli sguardi dei curiosi vanno a cercare l'obiettivo dei suoi scatti, aspettandosidi individuare qualcosa. Ma la scatoletta di metallo nera sembra puntatasul nulla: in prossimità degli anonimi binari di un passante ferroviario,però non proprio sui binari; nei pressi del muro spoglio di una casa,però non esattamente su quel muro; piùo meno nella direzionedei gradini vuoti di una scala, però non precisamente lì.Emma a casa raccoglie su di un tavolo tutte le fotografie che scatta. Inuna c'è l'angolo rosso di un tetto illuminato dal sole; in un'altrasi vede a malapena il manubrio di una bicicletta; in un'altra ancora siintuisce la forma di una mano che stringe il cerchio del volante di un'auto,in basso, mentre il resto dell'immagine è occupato dallo spazio grigiooltre il parabrezza nel quale doveva esserci il cielo, il giorno di quelloscatto. Altre immagini, puntate con degli spilli in sequenza lungo i muriintorno al tavolo, sembrano voler raccontare delle storie: una testa spettinatae un piede che spuntano da sotto una spessa coltre di coperte azzurre sene stanno accanto a una schiera di alberi spogli in una giornata di cattivotempo, appena prima o immediatamente dopo un acquazzone; gli alberi sonoseguiti da una pavimentazione color carta da zucchero che a un certo puntosi trasforma in una distesa regolare di minuscole piastrelle bianche. Seesiste, la storia si nasconde da qualche parte in quegli scatti. Eppuresfugge a qualsiasi tentativo di racconto, come se non fosse possibile trovarele parole capaci di costringerla in un sistema compiuto di frasi, delimitatedai segni della punteggiatura e dagli opportuni spazi bianchi. Emma ognitanto sposta le fotografie che compongono ciascuna sequenza, oppure le sostituiscecon altre, pescandole dal tavolo stracolmo di frammenti di mondo, cercandodi riassemblare alla cieca quel puzzle illimitato. Ma comunque lei provia disporli, quei rettangoli di carta lucida e colorata non arrivano maia costruire un percorso, rimanendo senza inizio e senza fine, indecifrabili.Emma continua a uscire di casa per salire sul tram numero tredici ogni mattina.Viaggiando attraverso la città, porta sempre con sé la piccolamacchina fotografica nera. Per lunghi periodi non la sfiora nemmeno limitandosia osservare ciò che scorre fuori dai suoi occhi, impossibile da imprigionarein un rullino. Poi però torna sempre a usarla. Non le va di rassegnarsi.

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