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La sveglia

di Gino&Michele su Smemoranda 2006 - Immagina che...

Sentì la sveglia come tutte le mattine di tutta una esistenza.
Si alzò cauto della vita e come sempre andò incontro alla caffettiera automatica in cucina che, collegata al timer, distribuiva da qualche minuto nell’aria ferma della notte appena trascorsa il sapore dell’attività e del dovere quotidiano.
Lavorare, che in molte culture mediterranee si traduce con la parola faticare. Tra poco la radio avrebbe raccontato come sempre alle sette le prime notizie della giornata, poi alle sette e trenta ci sarebbe stata la rassegna stampa.
Giovanni l’avrebbe ascoltata secondo abitudine scandendo con occhielli-titoli-colonne-fondi-corsivi, le faccende più banali e irrinunciabili della propria quotidianità: colazione-barba-cacca-doccia-vestiti, possibilmente nell’ordine.
Poi sarebbe uscito alle 7.45 esatte, avrebbe comprato i giornali alle 7.50, avrebbe preso il tram alle 7.53 e sarebbe arrivato in ufficio timbrando il cartellino tra le 8.20 e le 8.25, perfettamente in orario per uscire alle 17, intervallo compreso.

Giovanni non era eccessivamente scontento del lavoro e neppure della sua vita. L’impiego in centro che gli aveva trovato suo padre trent’anni addietro non era poi così terribile e già pregustava la promozione da dirigente che gli era stata ventilata qualche settimana avanti, in attesa dell’ultimo lustro prima della pensione.

Con il passaggio di ruolo avrebbe avuto uno stipendio doverosamente migliore, qualche benefit in più e soprattutto un’elasticità di orario che, tutto sommato, avrebbe rappresentato il segno tangibile – quello sì – di una libertà nuova.
Tutto ottimo, se fosse stato così.
In realtà Giovanni sapeva benissimo che mai nessuna liberazione passa dall’alto. Giovanni si conosceva fin troppo bene per pensare che sarebbe potuta bastare una promozione per fargli cambiare abitudini.
La vita ripetuta all’infinito ti invischia le giornate che non sono mai astratte; ti annoda le consuetudini con tempi scanditi dal tempo, che è fatto di 1440 minuti al giorno, 86.400 secondi, tutti pieni: ogni secondo un pensiero, un gesto, un’ipotesi di esistenza che si concretizza nella routine.
Giovanni proseguì con i ragionamenti di quello strano gioco di numeri che all’improvviso gli si era presentato davanti. Considerò sette ore al giorno di sonno, 25.200 secondi, da sottrarre agli 86.400 dell’intera giornata: restavano 61200 secondi, quelli che consciamente viviamo dal giorno alla notte, prima di addormentarci.

Bevve il caffè. Andò verso il computer, lo accese e cercò l’opzione-calcolatrice. Arrotondò: i suoi cinquantacinque anni vissuti giorno per giorno, secondo per secondo, senza tener conto del sonno, dei bisestili e delle poche settimane mancanti al suo compleanno, facevano qualcosa come 1.228.590.000. Molto più di un miliardo di pensieri e azioni, alcune volute, altre automatiche ma sempre dettate da ciò che la modernità – l’uomo di questi secoli – ha voluto regalarsi per punirsi: la scansione della propria vita in cifre, obblighi, appuntamenti, orari. Una parcellizzazione forzata della vita che invece la Natura, all’origine, ci aveva proposto con il solo ritmo delle stagioni e del giorno e della notte, imprecisi o volubili come una affascinante ipotesi quotidiana. Senza farsene una ragione Giovanni per la prima volta nella sua vita si ritrovò di nuovo disteso nel letto e si riaddormentò.

Si risvegliò che il sole era già alto. Cercò automaticamente la radiosveglia ma non la trovò. Per un attimo, prima di chiedersi il perché, rifletté. Il sonno rappresenta una delle seduzioni più avvolgenti per il genere umano, forse per questo le nostre società hanno inventato qualcosa per combatterlo, ridurlo, limitarlo.
E la sveglia è una delle peggiori armi coercitive che si sia ingegnata di imporci la civiltà contemporanea. Un controllo ritmato – anche dalla concretezza di un suono – fin dal risveglio. E di tutto ciò la cosa forse più aberrante è che siamo noi stessi a fare la scelta masochista di andare nei negozi a comprare la “nostra” sveglia e via via lo facciamo in modo sempre più sofisticato. Sveglie a più suonerie, a ripetizione ogni cinque minuti, registrate con una voce amica o con l’assolo del proprio chitarrista preferito, radiosveglie dove si agitano dj falsamente brillanti e mattinieri, addirittura di ultima generazione in cui al suono viene abbinata la luce dell’ora proiettata sul soffitto.
Non trovò la sveglia, Giovanni, e non trovò più un orologio nel suo appartamento né lungo la sua strada e neppure sul luogo di lavoro. Si alzò, questa volta con la lentezza dei saggi, si recò in cucina, preparò la moka, la accese e bevve tranquillo. Quando uscì un vento tiepido e leggero invitava alla passeggiata.

Giunse in ufficio sereno, percorrendo a piedi la città. Per strada nessun orologio, mai. Non timbrò alcun cartellino, non c’era più l’obliteratrice, salutò il portiere e si sedette alla scrivania. Iniziò a lavorare con calma. La giornata si svolse tranquilla.
Per la prima volta nella vita, quando un po' stanco ma inebriato di tranquillità si decise a lasciare l’ufficio, si accorse di aver svolto una quantità di cose doppia rispetto al solito. L’aveva fatto in totale relax, non se n’era neppure accorto. La sera, prima di addormentarsi, ascoltò il concerto di Colonia di Keith Jarrett e lesse un libro che aveva accanto al letto da troppo tempo. Fu un sonno finalmente felice.

Si risvegliò con un sussulto. Cazzo, la sveglia. Era lì, come sempre. La radio gracchiava una vecchia hit degli Spandau Ballett. Sul soffitto la luce-laser segnava le 8. Il dispositivo che riattiva la radio dopo un’ora per i più pigri…
Giovanni non si lavò per la prima volta in trent’anni. Chiamò un taxi e si perse nella città caotica. Questa volta sarebbe arrivato in ufficio con un leggero ritardo e con la barba di un giorno.

Chissà se lo avrebbero promosso lo stesso.

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