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De amici, quella notte a Cuba

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1999 - Va' a quel paese

Con la camicia a quadrisembra un'altra persona. L'amico è diverso: diventa un'altra personaquando mette la cravatta e la giacca stringe. Obblighi di un letterato immortale.Non sa che le giacche invecchiano negli armadi e non tengono conto del corpoda sopportare. Corpi che cambiano lasciandosi andare alle occasioni dellavita. Non importa giocare a tennis ogni mattina a Cartagena. L'età,insomma. Quando ha smesso di fumare, niente rum, solo sughi di toronca,si svegliava sbalordito: senza fantasia. Mesi tormentati: riusciva a scriverepoche parole che rileggendo buttava via. Poi ha pensato di essere figliodi un impiegato postale. Una volta i telegrafi cominciavano a battere appenasi affacciava il mattino. Suo padre si alzava come un soldato e solo alpomeriggio ritrovava il sonno. Ma il lavoro andava bene. Così, pertener vive le ombre del suo labirinto, si è trasformato nell'impiegatodi se stesso, cambiando ore e abitudini. Stasera torna alle vecchie maniere.Anche l'amico ha smesso il sigaro e si addormenta quando la notte scolora.Pazienza: è un grande amico. E gli vuol parlare contento di dividerele chiacchiere. Da soli; lontani da occhi curiosi.
Prima di uscire dalla stanza che lo ospita, infila una camicia gialla. “Dopoandiamo a ballare” ride il padrone di casa appena lo vede vestito comeun ragazzo. Ma l'allegria è solo una maschera. Lui lo conosce bene.Sente la febbre che lo agita sotto la pelle. Vuol essere pronto nel modogiusto al grande incontro: subito torna ai pensieri che lo inquietano: “Dai,lavoriamo”.
“Comincerei dicendo: siamo due coraggiosi”. Il padrone di casaaggiusta gli occhiali e legge. “Stiamo dando un buon esempio al mondo:lei visitando un posto che gli americani continuano a chiamare ultimo bastionedel comunismo, e noi ricevendo il capo religioso al quale si attribuiscela responsabilità di aver distrutto il socialismo in Europa. C'èchi sogna l'apocalisse”
La camicia gialla ascolta stringendo gli occhi. Fa segno con la testa: moltobene. Ma aggiunge subito: “Potresti dirlo quando sta per ripartire.Diventa un bilancio. Bellissimo addio”.
La camicia a quadri osserva pensieroso gli appunti, ma l'altro lo rincuora:“E' facile cambiare: devi pensare che il Papa arriva in America e nontrova nessuno degli abitanti che ne erano i padroni prima dei conquistadores.Ricordarlo”
“Subito, qui, nelle prime parole, le piùimportanti?”.
“Appena il suo piede tocca terra. Ogni parola deve accompagnare i gesti:la Chiesa insegue con rigore i simboli della liturgia”.
Lavorano in silenzio. Il padrone scrive e passa i fogli del discorso chedovrà leggere. Ogni tanto fa sapere di essere contento: “Com'ègiusto”. Ma prima di calare le righe, limate e tormentate, nel computerche nessuno manovra e che solo la camicia gialla ha potestà di accendere,prova la voce: “Lei non incontrerà nessuno dei pacifici e bonariabitanti naturali che popolavano questa terra quando gli europei sono sbarcatinell'isola. Gli uomini sono stati quasi tutti sterminati dal lavoro massacrantedella schiavitù alla quale non hanno avuto la forza di sopravvivere;le donne sono diventate oggetti di piacere o schiave per lavori domestici.E poi uccise a filo di spada o sterminate da malattie sconosciute portatedai conquistatori”
Abbassa gli occhiali, guarda l'amico: “E' la premessa naturale al grandeproblema: il nuovo genocidio basato su fame, malattie senza medicine; insommal'asfissia del blocco economico americano. La storia si ripete sotto gliocchi del mondo e la sola voce appassionata che vuol interrompere questastoria è proprio la sua”
L'amico lascia il computer per versare il tè. “Hai ragione,eppure manca qualcosa”.
“Rinviare a dopo il discorso sul blocco? Guarda, non sono d'accordo:si incastra bene qui”.
La camicia gialla sorride appoggiando il gomito sul tavolo, gambe allungateper sgranchire: l'Africa dei Caraibi è il grande amore che li unisce.Segno misterioso dal quale non vogliono uscire. “Mancano i neri e aCuba sono tanti”. Torna il silenzio. Un sospiro. L'amico che lo ospitaricomincia a scrivere. I fogli passano da una mano all'altra coprendosidi geroglifici talmente invadenti da trasformare ogni pagina in pergamena.Piùtardi, ormai stanchi, tornano al computer. “Nel corso deisecoli piùdi un milione di africani crudelmente rapiti dalle loroterre lontane, prendono il posto degli schiavi indiani estinti dalla crudeltà”.
Il padrone di casa detta; per un attimo le mani si alzano dal computer:“Tirerei via 'crudeltà'. Meglio non accumulare immagini di dolorenelle parole di benvenuto. Continua”.
“ questi africani hanno dato un contributo importantissimo alla composizioneetnica e all'origine della gente che oggi abita il nostro paese dove simescolano la cultura, le fedi e il sangue di tutti coloro che fanno partedella drammatica storia”.
Le dita restano dubbiose sui tasti. “Questa volta non mi arrendo: devoproprio dire drammatica”. E l'amico del computer ricomincia a sorridere.Testa dura, sta pensando.
Sono scappato dall'albergone dei turisti per scivolare nella casa di Siboney,una delle tante case di Fidel Castro: forse la preferita. I figli vivonoattorno, quartiere delle meraviglie, giardini che raccolgono fiori profumatie piante che esplodono di colori. Verso sera due vecchi amici dondolanonella terrazza. Li ho raggiunti. Un piano complicato da mille sotterfugi,scivolate nell'ombra per imbrogliare guardie del corpo accucciate fra icespugli. Per un momento la paura mi ha stretto la gola: e se sparano? Ese i riflettori dell'allarme si accendono facendomi sembrare un topo inchiodatonell'erba? Non si sono accesi. Non hanno sparato. Eccomi alle spalle diFidel. Non mi nascondo e Gabo mi vede. Forse i suoi occhi esprimono rimproveroper la sacralità violata. Ma poi torna alle carte. E io ascolto,mi meraviglio, mi diverto.
Si diverte anche Gabriel Garcìa Márquez quando, giorni dopo,gli racconto la fantasia. Ma il cronista pignolo non accetta imprecisionianche nei sogni. Disegna con la biro gli allarmi che avrei dovuto violare.Gli uomini che avrei dovuto imbrogliare. “Non ce l'avresti fatta”.“Eppure tu mi hai guardato e non hai detto una parola: perché?”.Adesso Gabo ride. “Bisogna essere matti per questi discorsi”.

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