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Un giorno su sette

di Margherita Giacobino su Smemoranda 2006 - Immagina che...

Immagina che, una mattina, ti svegli e non sei più tu.
Cioè sei tu con i tuoi pensieri e ricordi un po’ appannati, ma in un altro letto, un’altra casa, un altro corpo. Un altro paese, un clima diverso; e fuori dalla finestra, anziché il solito platano, un bel banano. Sorpresa! Anche il letto ti sembra duro: sfido, è una stuoia di paglia gettata sul terreno! Che diavolo succede? dove sono il tuo morbido piumone, il pigiama, la radiosveglia che ti dà il buongiorno a suon di musica? ti chiedi cercando di svegliarti, ma siccome sei già sveglio hai un bel darti dei pizzicotti sulle braccia… oddio le braccia! possibile che siano tue, queste braccia scure, magre, che si strigono al seno… al seno? Questo è il colmo!
Non solo esterrefatto, ma anche indignato – anzi, indignata, perché pare che da ora in poi faresti bene a parlare al femminile, per andare d’accordo con la tua anatomia – balzi in piedi e ti prepari a chiedere spiegazioni sull’incommentabile accaduto, ma non c’è tempo: bisogna cuocere il riso, nutrire i bambini e poi via! a raccogliere il tè nella piantagione, due foglie e un germoglio...
E, siccome col passare dei minuti questa vita che non è la tua e questo corpo preso a prestito ti sembrano sempre più stranamente naturali, ti ci adatti, e camminando a piedi nudi, bilanciando il peso di un bambino sui fianchi, attraversi una lunga giornata di fatica sotto un sole tropicale, e smetti di meravigliarti e di interrogarti, del piumone e della radiosveglia non te ne ricordi neanche più, e la sera sei esausta e non vedi l’ora di buttarti sulla stuoia…

La mattina dopo è giovedì, ti svegli stranito a suon di rock, e per prima cosa ti controlli: sei tu, il tuo vecchio tu, anche se con le ossa rotte dalla fatica… Fiùù! che sollievo… però ti manca anche un po’ quell’altra vita intravista, vorresti fare qualcosa per lei, almeno salutarla, far sapere che la pensi… In famiglia, in tram, a scuola tutti hanno un’aria stravolta; e poi qualcuno osa parlare, dice: "Non ci crederete, ma ieri mi è successa una cosa pazzesca…" E di colpo scopri che è capitato a tutti.
Chi si è svegliato mandriano in Mongolia, chi camionista australiano, chi operaia singalese… E piano piano cominciate a sospettare la realtà: si è trattato di uno scambio di destini a livello globale… I più silenziosi, con gli occhi a palla, sono quelli a cui sono toccate le esperienze più estreme: lavoratrice del sesso in Tailandia, kamikaze in Medio Oriente, malato terminale, boss mafioso…

I media affrontano il fatto con estemporanea sicurezza, offrendo teorie e controteorie, cucinandosi le cose e presentandole belle precotte e predigerite, ma stavolta non tengono conto del fatto che TUTTI SANNO, perché è capitato a tutti… Migliaia di telefonate in diretta smentiscono le versioni rassicuranti. Il protagonismo esplode: io ero il presidente degli Stati Uniti, io ero un premio Nobel, io George Clooney… Ma intanto si è fatto martedì, e anche se gli esperti assicurano che si è trattato di un fenomeno di allucinazione collettiva, quella sera tutti sono un po' turbati e trovano una scusa per tirare tardi, ma il sonno è più forte, li attira invincibilmente… E la mattina dopo, mercoledì, ti svegli in una casa che non ha il tetto, su un letto di macerie, in un paese in guerra, e fatichi a metterti in piedi perché in realtà di piede te ne è rimasto uno solo…

Stavolta non possono negarlo: lo scambio di vite è una realtà. Task force di scienziati e opinionisti lavorano giorno e notte, i politici invitano a non cadere nel panico e fuggono nelle loro ville bunker, c’è un boom religioso di massa, come sempre in caso di gravi incertezze esistenziali. Ma non c’è niente da fare: tutti i mercoledì, ogni singolo abitante del pianeta si sveglia con un’altra pelle… e scopre cose strabilianti, tipo che gli altri esistono, infiniti altri, infinitamente diversi eppure incredibilmente simili nelle cose essenziali, fame sonno fatica ridere piangere amare.
E che viviamo tutti sullo stesso mondo, anziché in tante piccole nicchie separate e piombate, come si credeva prima.
E che quello che ciascuno fa, tocca – pochissimo, un po', tanto – tutti gli altri. Immagina.
Probabilmente qualcuno sarebbe terrorizzato dall’idea.

Magari invece tu ci prenderesti gusto, e chissà potresti perfino scoprire che essere tanti è divertente, molto più emozionante che non essere un io solitario e spaventato, e forse un giorno su sette non ti basterebbe, vorresti di più, vorresti una settimana di tre mercoledì…

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