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Per fortuna

di Paolo Cevoli su Smemoranda 2006 - Immagina che...

Devo fare un piccolo sforzo di immaginazione per strologare come potrebbe essere? Cosa volete che vi dica.
Io sono contento di quello che c’ho. Un mucchio di robe. Come si fa a non contentarsi.
Prima di tutto - toccando la sacca maronaria - sono vivo.

Secondariamente, c’ho il da mangiare per rimanere tale.
Se faccio una botta di conti, già tutto questo sarebbe suff per essere felice e non immaginare altro di meglio.
Difatti, percentualisticamente parlando, diversi appartenenti alla mia specie non sono così fortunati come me in quanto, presempio, vivono in dei posti che ci manca anche l’acqua.
A me invece non mi manca niente.
Se devo dire la verità, sono contento. Come può essere contento uno alla fine del primo quadrimestre. Ma però non mi accontento.
Forse è un coso del mio carattere che il mio babbo e la mia mamma mi hanno inserito nella fotosintesi clorofillianadel mio dienneà. Forse no, ce l’abbiamo tutti. Mi sento come se vivessi con le braghe con il cavallo basso. Inadeguato.

E allora mi viene sempre da sbuttarmi nel bullirone delle cose che la vita mi propone. Per mettermi in discussione. Per cambiare.
Senza requie. Siccome che la vita ti sta addosso come quei prof stronzi che ti caricano di compiti anche nei finesettimani.
Come mai? Perché? Qualcheduno alla fine sarà promosso? Non si sa. Mistero.

Uno ha scritto: "Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono ch'è una stoltezza dirselo."
L’ho studiato in italiano quella volta quando facevo il liceo. Ed un imprevisto è come la vita: coglie di sorpresa. Inimmaginabile da me. Per fortuna.

Colgo l’occasione per augurarvi i miei più sinceri. Mille di questi quadrimestri.

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