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Uno sguardo verso il cielo

di Raul Montanari su Smemoranda 2006 - Immagina che...

Eh no! Questa da Te non me l’aspettavo.
Tu mi conosci, Signore. Sai che ho sempre sopportato tutto, non ho mai recriminato, Ti ho voluto bene, Ti ho perfino ringraziato anche quando c’era poco di cui ringraziarTi, scusa se Te lo dico!
Mi hai fatto nascere in un mondo orrendo, ormai alla deriva, dominato da una casta di tecnocrati impazziti, percorso in lungo e in largo dai cavi dei computer, distrutto da secoli di massacro dell’ambiente, e non ho detto nulla.

Molti si sono lagnati per questo, hanno scritto libri sulla decadenza dell’umanità, hanno rimpianto il passato. Io no.
Mi hai fatto nascere nell’unica famiglia del mio paese che aveva sempre rifiutato qualunque manipolazione genetica finalizzata a eliminare possibili difetti della prole. Risultato: a dieci mesi ero già sovrappeso, ci vedevo poco da un occhio e zero dall’altro, e avevo pure i piedi piatti e il soffio al cuore. Non ho avuto niente da ridire. Anche perché a parlare ho cominciato solo a due anni.
Sono cresciuto: un ragazzo obeso, pieno di brufoli, scarso in tutti gli sport e neanche molto intelligente. Per rendermi simpatico regalavo vasetti di Nutella ai compagni di scuola. Mi costava molto, in soldi e dignità personale, comprarmi l’affetto degli altri in questo modo. Mi sono mai lamentato?
Poi, Tu lo sai, è arrivata la Fine Di Tutto. Le bombe digitali hanno cominciato a esplodere una dopo l’altra; nessuno saprà mai se per errore umano o semplice fatalità.
Ho visto morire i miei cari.
Ho visto crollare i grattacieli. Ho visto...
No: non ho visto niente.

La Fine Di Tutto era stata prevista, da molti anni. Un’organizzazione segreta, i Salvatori, aveva preparato due rifugi monopersona a prova di bomba. Se la Fine Di Tutto si fosse innescata, un uomo e una donna, scelti a caso da un database clandestino, sarebbero stati inghiottiti istantaneamente dai due rifugi, e ne sarebbero usciti solo quando le esplosioni fossero cessate e ogni forma di esistenza umana distrutta. Uno dei due ero io.
Ti pregavo, dentro quel piccolo bunker, Ti chiedevo che la terra smettesse di tremare.
Ho pianto, quando sono uscito.
Ero solo! Ho vagato per mesi, mangiando il tonno in scatola che trovavo nei supermercati deserti. Cercavo la donna che doveva essersi salvata come me. Ho trovato una moto più o meno intatta, la benzina non mancava; stavo per partire su quella e puntare verso nord, quando l’ho vista.

Camminava nella luce, fra i detriti, e veniva verso di me. Di’, Signore, non Ti ho ringraziato? Non mi sono messo a saltare per la gioia? Lei camminava, si avvicinava in silenzio. Io gridavo e agitavo le braccia, chiamandola.
Mi si erano pure rotti gli occhiali, per cui la vedevo tutta sfuocata. Mi pareva bellissima! Bionda, alta... Come Ti ho benedetto, vedendo quelle gambe lunghe!
La mia compagna, ho pensato, la mia Eva nell’Inferno Terrestre, che noi faremo diventare un nuovo Paradiso! Ci proveremo, almeno! Poi lei è stata abbastanza vicina – due metri, diciamo – perché potessi distinguere il viso.

Allora io ho smesso di ridere e gridare; lei non aveva nemmeno cominciato. E ho capito che fra Te e me ci dev’essere un problema.
Perché, fra miliardi di donne tra cui potevi scegliere, hai salvato la mia compagna di banco del liceo, Elisa. Quella che ho corteggiato per cinque anni. Quella che un giorno, quando ho avuto il coraggio di portarle un regalo, me l’ha tirato in testa davanti a tutti (una figura di merda!) e ha strillato: “Io con te non ci verrò mai, neanche se fossi l’ultimo uomo rimasto sulla faccia della Terra!”

Insomma questa no, Signore. Questa non Te la perdono. Scusami, eh? Ma proprio non Te la perdono.

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