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oggi voglio

Bomba o non bomba

di Roberto Roversi su Smemoranda 1998 - Cattivi pensieri

I cattivi pensieri li hanno tutti, anche le galline.
I cattivi pensieri dei giovani non si avverano mai; piuttosto sono i cattivipensieri dei vecchi che si avverano, spesso.
In ogni modo, oggi sono vecchio vecchio ma anche buono e bianco come unuovo di struzzo e mangio lo zucchero sulla mano della gente come fanno icavalli gli asini le capre o i daini.
Per questo posso ricordare, confessare un cattivo pensiero di quando erogiovane, molto giovane, ed ero una carogna; e che mi gratta dentro comeun tarlo in una trave di legno. Anni 1943-1944, ultima grande terribileguerra.
Americani e inglesi birillavano allegramente Bologna dall'alto, con bombeche scendevano fischiando come un giovane in bicicletta per una strada dicampagna.
Gli aerei si presentavano sempre allineati, e luccicavano nel cielo similia un branco di colombacci pitturati in argento con lo spray; peròci confettavano con un vassoio di bignè alla crema da duecento chili.Mica era uno scherzo, allora.
Le case si sbriciolavano, le pietre volavano dentro la polvere schizzando;e un gran bordello diventava la vita intorno, una danza disperata fra urlirichiami voci e qualche bestemmia. Ma pianti, soprattutto.
Ecco che, giovane giovane e scriteriato in mezzo al frastuono, mi auguravoche se quella era la fine del mondo almeno una bombuccia bombetta si depositassecon garbo sul tetto della mia scuola e la facesse, senza dolori per altri,senza sangue di altri, saltare in aria.
Bum, ciack, addio!
Sicché il giorno seguente, arrivando, trovassi travi fumanti, calcinacci,porte divelte, pietre smosse dal soffio furioso del fuoco. E sull'andronedell'ingresso mi sorprendesse il vuoto contro il bianco impolverato delcielo simile all'occhio avido di Polifemo nel racconto di Ulisse storia preclara che si leggeva e studiava in quelle giornate invereconde.
Invece le bombe cadevano cadevano, alla fine anche su casa mia, che si bucòsvuotandosi e lasciando in piedi solo i muri esterni con le finestre squinternatesenza vetri. Un grande dolore. Sul davanzale di una di queste finestre,chissà mai per quale giuoco dentro la violenza dei venti, il paiodelle mie prime scarpe da sciatore, mai calzate, sporche di polvere, difumo, quasi a dire prendici prendici siamo ancora qui.
Fra rabbie cupe e mie strane fantasie laceranti, la città di Bolognapoco per volta quasi scompariva nel macello che non aveva fine; mentre ildannato palazzone scolastico si reggeva sempre in piedi come un serpenteindiano al suono interminabile di un flauto.
Una bombetta soltanto, fra le tante, vi prego, voi ballerini americani diritmi sincopati (così si pensava, da noi); cosa vi costa una bombafra tanto lusso di ferro e di fuoco?
Senza fare male a nessuno, spaccando solo vecchie pietre piene di una muffagrigia, un tetto di coppi, un portico scrostato come la pancia di un canecon le zecche?
Per favore, sergente americano!
Niente. Niente di niente.
Mentre la città crollava, la scuola rintanata fra le sue ombre èrimasta intonsa come un libro e ricoperta, nei muri, di una polvere biancae densa, tanto che sembrava spalmata di panna.
Anche a letto, per mesi, a occhi aperti, senza sognare, ascoltavo il rombodei colombacci d'argento che bivaccavano in cielo e dicevo questa èla volta buona, adesso sento il botto confortatore, il sibilo degli dei.Senti come cadono, senti come fischiano. Senti.
Mi vergogno di tutto ciò; non mi vergognavo allora. Ma adesso: puòuno studente, per quanto inebetito dalla violenza dei lupi, per quanto incarognito,sperare che bombardino la scuola per liberarsi da un incubo?
Basta là! Quelli erano tempi bui e anche un ragazzino poteva perdersi,naufrago involontario, in mezzo alla tempesta.
Oh, adesso mi ricordo di un altro cattivo pensiero quando, ancora piùindietro nel tempo, sgambettavo sulla prima bicicletta a quattro ruote enon desideravo altro che di mordere il naso del contadino Berto.
è la pura verità.
Berto, Berto. Piccolo, grasso come una botte mezzana di vino, abitava difronte a noi e lo sentivo sempre gridare. Era il suo modo di parlare dallavigna in declivio sulla strada, o di chiamare per nome, una per una, versosera, le vacche all'abbeverata.
Quando gli ero vicino e lo guardavo dal basso, quel naso a me sembrava cheda solo facesse molta ombra; anzi, che se la tirasse dietro con una cordicellafuoriuscita dai buchi neri del naso, mentre erano i peli lunghi, incoltiche lo cespugliavano.
Grosso, rosso come il cocomero spaccato, tutto a bitorzoli come le patateraccolte da tempo, irrorato dal vinello che Berto trincava ogni momentoe lo rendeva allegro.
Berto non fumava il toscano, non pipava ma aspirava polvere di tabacco colnaso mettendola sul dorso di una mano. Lo starnuto susseguente faceva ballarele foglie della siepe.
Che naso! Una volta, ero in piedi su un tavolo proprio davanti a lui, glieloho toccato e stavo per morderlo, come volevo. Per l'emozione improvvisaho cominciato a tremare; e Berto diceva: no, il bambino non sta male, hasolo una contorsione dei pensieri.
Ho poi capito, con l'esperienza degli anni, che cattivi e buoni pensierisi legano e si intrecciano, nella testa delle gente, in un viluppo che èdifficile da districare, se non c'è il cuore che comanda.

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