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Conta che ti passa

di Enzo Gentile su Smemoranda 1997 - Diamo i numeri

“Si può vivere senza musica, senza amore, senza poesia, ma mica tanto bene.” (V. Jankélévitch)

Ode sull'onda della nostalgia, su quando la musica si somministrava attraverso padelloni scuri, neri come il carbone, di diverse pezzature, ma con il denominatore comune di un materiale di cui nessuno sapeva sostanzialmente nulla, il vinile. Praticamente una volgarissima plastica senza alcun appeal, nobilitata appena dal nomignolo oscuro, derivato dal mondo della chimica. I più grandicelli se ne ricordano bene, perché i dischi su cui sono cresciuti, si sono acculturati e, perché no, anche rimbecilliti molti di noi, erano appunto delle frittelle in vinile: pochi grammi di materia con i quali sognare e viaggiare, innamorarsi, perdersi, ritrovarsi. Cominciai già dabambino. All'epoca, nei famigerati anni Sessanta, un po' in ritardo sui78 giri, già custoditi come un specie di reliquia, mi affidai aiprimi segnali su vinile. Circolavano addirittura dischetti a sedici giri:lo suggeriva una vecchia fonovaligia, con quel selettore misterioso. A sedicigiri bisognava accontentarsi delle fiabe, recitazione per un'utenza infantileche, tempi beati, con un solo canale tv a disposizione, sapeva gioire esopravvivere con poco: soldatini, figurine e opportunità di giocoche adesso fanno sorridere. I piùgrandicelli, quelli che la sapevanolunga, manovravano i mangiadischi dei fratelli maggiori. Erano scatolonidal funzionamento a pila che inghiottivano i quarantacinque giri e gracchiando,ansimando, forti di una puntina indistruttibile - tanto resistente da farmipensare fosse costruita con la kryptonite - sputavano i successi del momento:canzonette al dolce sapore di frutta con cui già si stordiva GianniMinà e che avrebbero fatto la fortuna di tutti i revivalisti, daRed Ronnie in giù. I trentatré erano mitici davvero, robada ricchi, o meglio da furbi, per gente che sapeva di poter fare colpo:nei Sessanta mica giravano i telefonini e le Tod's, e parlare di Riverae Mazzola, di Gimondi o Motta, non era tanto chic. Con un bel 33 giri sottoil braccio, da far ascoltare agli amici (e alle amiche) in un pomeriggiodi sciambola, l'effetto era garantito. E oltretutto era anche un bel sentire,perché i dischi erano di plastica, certo, ma la musica suonava ancoratosta, pura: vera insomma. Le copertine odoravano di cartone, con sfumaturediverse a seconda della nazionalità, della grammatura, della stampa,e quei dischi a rigirarseli tra le mani era un piacere, che i posteri ei giovani di oggi nemmeno si possono immaginare. E poi guai a graffiarlia esporli al sole, pronti a pulirli con buffe spazzoline, con panni inumiditi,con soluzioni detergenti, che ancora oggi mi fanno ridere. E adesso? I cdhanno un suono migliore, e se ti attrezzi puoi spararti in cuffia qualsiasicosa, qualunque cosa tu stia facendo, in palestra, sugli sci, nuotando,viaggiando e così via. L'importante è quanto si ascolta, quelche passa il convento: tanto per chiarirci le idee, allora Amedeo Minghie Renato Zero tacevano, Pippo Baudo e Claudio Cecchetto ancora non inquinavano,Ambra e i Take That neppure erano nati. Aveva ragione Mario, formidabiliquegli anni. E la diceva giusta anche quel poeta avoriano, B. Dadiè,il quale pur riferendosi ad altro, spese tempo fa un pensiero che, senzaoffesa per l'appropriazione indebita, mi piace condividere: “Ti ringrazioo Dio, per avermi creato nero. Il bianco è un colore di circostanza,il nero è il colore di tutti i giorni.” Augh!

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