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La paura

di Marco Posani su Smemoranda 1997 - Diamo i numeri

Lo sappiamo da tempo: la prima volta in cui proviamopaura è il momento in cui veniamo alla luce, insomma nasciamo. Daun indefinito sguazzare in buio all'interno della pancia della madre, unaspecie di paradiso, come vivere tutta la vita in un idromassaggio Jacuzzi.Poi, improvvisamente il terremoto, gente che urla, una voragine che si apree fuori al freddo sotto una luce accecante. Effettivamente è un trauma,non augurerei a nessuno d'uscire da un utero con tale violenza, peròin natura c'è un significato per tutto, quindi, quel modo di nasceregià ci dà la chiave per capire come sarà la vita. Cela faremo sotto ogni due o tre minuti: “attento che vai sotto la macchina”,“chiudi il gas che se no moriamo”, “attento che quell'extracomunitarioti sta rubando il lavoro”... La vita è dominata dalla paura,ma soprattutto quello che facciamo va interpretato usando come chiave dilettura quel primo momento di terrore. Ad esempio: la paura del buio èla paura di ritornare nell'utero per rivivere quella paura. L'esplosionedi una luce improvvisa spaventa perché ricorda la luce improvvisaincontrata alla nascita. Questi sono due esempi semplici, ma ogni atto dellanostra vita riporta a quel momento. Lo dicono gli psicologi, c'èpoco da contestare. Perché si rientra volentieri a casa e dentrocasa si trova tanta tranquillità? Perché è come rientrarenella tranquillità della vita dell'utero. Lascia stare che in certecase i figli non rientrano così tanto volentieri, evidentemente succedeperché hanno paura del momento in cui ne usciranno di nuovo vivendodi nuovo il trauma della nascita. Perché i figli di oggi non voglionopiùuscire di casa? Come vedete non si sfugge: la vita è unentrare ed uscire dagli uteri. Fare il bagno in una vasca calda ad esempioche cos'è se non tornare nel liquido amniotico, è vero chelà non sentivamo la radio e nessuno ci lavava la schiena, ma nonstiamo a sottilizzare. Tutto sommato il momento in cui usciamo, che nontroviamo l'asciugamano, che la pelle ci diventa come quella di un tacchinospennato, quel momento non può non essere paragonato al trauma dellanascita. Perché al mattino amiamo crogiolarci nel calduccio dellacoperta e pagheremmo per non uscire? Poi però, alla sera, non vorremmomai andare a letto, proprio per non rivivere lo stesso trauma (la nascita)la mattina del giorno dopo. Io potrei cercare altre decine, centinaia, migliaiad'esempi, ma da questa logica non si sfugge, anche quando sembra che lanascita non c'entri per niente. Faccio un esempio: chiacchieriamo amabilmentecon un amico sotto casa, quando a un certo punto lui guarda l'orologio edice “Caspita, sono in ritardo, torno a casa..” E se ne va. Questooltre a provocarci un dispiacere, ci fa piombare in una triste e inguaribilesolitudine. Perché? Semplice: l'unione tra noi e il nostro amicoin quel momento è la stessa che unisce il bambino alla madre primadella nascita, quando i due esseri sono uniti in una cosa sola indistinta,prima della traumatica separazione che ci fa scoprire distinti da nostramadre e soli, disperatamente soli in questo mondo. Dicono che le paure sipossono superare rivivendole in modo positivo, ad esempio se un cane viha morsicato da piccoli, il riuscire ad accarezzarlo fa superare l'esperienzavissuta negativamente. A parte che io c'ho provato e il cane mi ha morsicatodi nuovo, il momento della nascita, purtroppo e per fortuna, è impossibileriviverlo. Io ho provato a simularlo, richiudendomi in un baule, ma nonè la stessa cosa, dubito che nell'utero si sentisse puzza di naftalina.Insomma io sogno di sconfiggere la paura, ma fino ad ora non sono riuscitoa scoprire come. Anzi, questo fa crescere la mia ansia, mi fa straparlare:l'altro giorno sono rimasto chiuso in ascensore al buio e urlavo: “fatemiuscire da questo utero!” Sono molto preoccupato per me, perchédavvero questa storia mi ossessiona, anche se, tutto sommato, secondo meè un po' una cazzata.

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