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Vestivamo alla Che Guevara

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1997 - Diamo i numeri

A certi piace così. Io preferivo l'altra faccia. In piazza della Rivoluzione, Avana, il ritratto del Che cambiava nel cambiare delle stagioni. Guevara col libro in mano appena cominciavano le scuole. Guevara impugna il machete se è tempo di tagliare la canna. Il Che con occhi perduti in cieli lontani quando l'internazionalismo facevasognare. Talmente giovane; sguardo di malinconia. Impossibile immaginarlosull'orlo della vecchiaia. Quasi 70 anni. Piùgrasso, piùbianco. Magari gli occhiali. Li ha portati una volta sola, ma erano fondidi bottiglia: maschera che lo accompagna nell'ultimo viaggio in Bolivia.Per imbrogliare i mastini della CIA, e i piccoli soffiatori al guinzaglio,si era rasato come un ragazzo jeans di Armani. Eppure lo hanno ucciso. Sipuò dire che la morte lo abbia salvato? Lo ha salvato col regalodella giovinezza. Continua a mostrare la faccia che Korda inquadra nellaLeica quella sera del '60. Il Che sale sul palco di Fidel e Cienfuegos,sguardo languido per l'asma che lo tormenta. Un brivido. Tira la lampo,chiude il giubbotto. Pronto per la storia. Tic, tac, appena due scatti:l'immagine famosa di fine secolo lo consegna alla galleria dei poster eal sudore delle magliette. Chi lo ricorda; chi comincia a scoprirlo. Trent'annidopo resta sempre con noi. Con qualche nuvola ma le nuvole passano e ilChe è tornato nella sua piazza. Svaniti i colori della rappresentazionesentimentale, ne segna il profilo un groviglio al neon. Si accende comeun bar appena scende la notte. Che tristezza l'aria da bar, eppure amoree nostalgia resistono. Anche il neon quando diventa Guevara diventa bello.Per i ragazzi di due generazioni - padri e nonni della tribù duemila- un'infinità di ragioni fa subito diventare Guevara la faccia amica.Gli anni sessanta erano cominciati con i Beatles, il volo di Gagarin (primouomo nello spazio) e le pillole antifecondative. Finiscono nel segno diuna giovinezza sacrificata, morte che contamina ogni cosa. Le prime maglietteuguali per tutti le hanno indossate gli adolescenti del '68, l'anno dopola morte del Che. Le compravano all'Avana, in Messico, a New York. Le hannostampate per il maggio di Parigi. Piùtardi, nell'autunno, eccolealla Statale di Milano. Le ho ritrovate sui palestinesi che allora sparavanoad Amman. Uscivano dalle borse delle ragazze che in Vietnam accompagnavanoi giornalisti nella guerra napalm contro lo Zio Sam. Sempre il sorriso eil basco di Guevara. Perché proprio Guevara fra tanti miti dispersida giornali e Tv? Era appena morto in Bolivia, rivoluzione fallita. A venderloai militari erano stati i campesios che voleva liberare. Poche centinaiadi pesos quale premio del tradimento. Ma dopo il sogno bruciato e l'avventurasbagliata, come mai questa avventura allunga barbe e capelli e mette ilbasco ai ragazzi che da Berkeley all'università di Tokio si scontranocon la polizia? In fondo non era il solo mito del tempo. Ma i neri di Harlemcol black power e i riccioli di Angela Davis; i fratelli Kennedy cancellatida colpi misteriosi; la barba di Ho Chi Minh che guida la guerra antiamericanain Vietnam o la faccia da luna piena di Mao, rappresentavano veritàsegmentate. Simboli divisi da diffidenze politiche e da lontananze geograficheche non si amalgamavano. A precedere Guevara c'è, poi, un fenomenoimportantissimo per il successo della sua immagine: la Pop Art. Nel '61Guevara va in Congo Brazzaville ad addestrare guerriglieri da contrapporreai mercenari bianchi di Ciombé. I mercenari difendono i diamantidell'Union Minière, belgi che se ne fregano dei diritti africanie non vogliono perdere il loro tesoro. A giudicare dai massacri che scavanoancora il continente nero, l'impegno continua: hanno solo cambiato la facciadei protettori del pozzo dei miliardi. Quando arriva il Che, Lumumba - primoesempio africano di leader idealista - già è stato ucciso.Mentre per nove mesi Guevara combatte e si disillude, Andy Warhol, Lichtensteine i loro amici lasciano il mondo dorato della pubblicità della qualesono cartellonisti - padroni, e si trasferiscono in quello dell'arte. Hannodisegnato hamburger, coca cola, reggiseni, esasperando le immagini per rendereogni cosa desiderabile. Appena i loro quadri esplodono alla Biennale diVenezia nel 1964, subito contaminano la cultura americana e dintorni. Neidintorni c'è Cuba. Fidel e il Che sono al potere da cinque anni.Hanno cambiato faccia. La vita clandestina sulla Sierra Madre e la vitagrama per strappare l'Avana alla corruzione del generale Battista, li hatrasformati. Nella casa di un avvocato di Buenos Aires (una volta) ho incontratola foto del Che quando imparava a fare il medico all'università.Guance tonde, capelli a spazzola, riga a sinistra: bravo americano vestitodi grigio. Sia lui che Fidel mantengono l'aria da impiegati della cospirazioneallorché, in una pensioncina a Città del Messico, progettanolo sbarco a Cuba. Fidel, poi, con i baffi sottili alla Mandrake, sembraun ballerino di tango. Man mano che la loro guerriglia si gioca la vita,l'abbigliamento si trasforma. E' un'avventura speciale. Senza decorazioni,ma ricca di simboli di potenza e giovinezza. Simboli che sconfiggono inpartenza ogni nemico. Il secolo sta per finire ed è stato un secolodi guerre e divise. Delle divise non se ne può più. Cresconole barbe del Che, Fidel e tutti; si scolorano le camicie. Quando salgonosul balcone e salutano la folla nel giorno della vittoria, portano ancorail berretto con la visiera rigida. Castro, addirittura, gli occhiali. Maper esportare la rivoluzione nei paesi del mondo, Guevara immagina sia necessariotogliersi il cappello di un esercito. Ecco il basco. Lo indossavano gliidealisti borghesi delle brigate internazionali, volontari accorsi in Spagnaper combattere i fascisti di Franco. Era il 1936. Nella Madrid assediata,anche Hemingway andava in giro così. Con la barba cresciuta nellaSierra e il basco infilato per antimilitarismo, Guevara, simbolo della giovinezza,è ormai pronto alla foto di Korda. Guarda caso: la rivoluzione hatrasformato Korda in reporter dell'ideale, ma per anni è stato ilfotografo della cioccolata, del rum, delle spiagge da vendere ai turistiamericani. Uomo con l'occhio della pubblicità. La fantasia tropicale,chiusa dalla stupidità degli uomini che allora governavano Washington,si rifugia - purtroppo - nelle braccia del socialismo reale. La burocraziala soffoca, ma la fantasia non si arrende e finché può l'Avanatrascura la retorica e continua ad usare il linguaggio delle mode che lacircondano avendo presente i profeti della Pop Art. Sono gli artefici applauditidell'esasperazione, ed è la loro enfasi pubblicitaria a “vendere”Guevara. La giovinezza, la malinconia, il mistero del suo continuo inabissarsiin qualche foresta. Se la faccia di Guevara è cambiata nelle fatichedella guerra, i poster, le magliette, i distintivi e gli anelli che si offrononei mercatini della cianfrusaglia giovanile e crescono nelle camere deiragazzi, , idealizzano questo cambiamento. Il mito galoppa. Il Sessantottoe le sue inquietudini trovano un modello che la storia ha preparato un po'alla volta. Non solo barbe, baschi e capelli lunghi, fino a quel momentoconfinati nell'effimero di chi canta e suona. La cravatta è un peccatooriginale. Chi aveva vent'anni quando è morto Guevara, dopo trent'anninon ha ancora imparato a farsi il nodo. Ci penseranno gli yuppies a rimetterlaagli onori una generazione dopo. Qualcosa di paradossale accompagna la sceltalibertaria. L'industria dell'abbigliamento se ne impossessa per aiutarele folle dei giovani a scappare dalla realtà. Ma non è subitopronta. L'esplosione coglie sarti e stilisti impreparati. Ed è ilsecondo paradosso. Con involontaria ironia, i pacifisti che rifanno Guevarasono costretti a saccheggiare mercatini che smerciano indumenti militari.Resti degli eserciti attorno alle basi Nato. Livorno, Napoli, Friuli, diventanouna Mecca frequentata con devozione. Si manifesta col basco di Guevara controgli Usa che bruciano il Vietnam, indossando le stesse camicie e gli stessigiubbotti che Washington manda ai suoi Rambo di Saigon. Le mode passano.Solo stracci usa e getta, ma quel colpo di fulmine ha segnato per sempreogni cuore. Il ricordo continua, trasmettendo ai cuccioli, padroni del 2000,una nostalgia che è anche speranza. Il mondo ha bisogno di altriGuevara. Stiamo aspettando.

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