I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

Caramanzia

di Maurizio Sangalli su Smemoranda 1997 - Diamo i numeri

Ce n'erano tredici che ne avevano lasciati indietro quattro. Laghi monti mari fiumi i tredici non si fermavano mai. I quattro sdrumavano come ossessi, ma con un giorno di ritardo come avrebbero fatto a prenderli? C'era tra i quattro uno che diceva fossero drogati. Ce n'era un altro -l'utopista- che diceva fossero allenati. A questo punto i quattrosi chiamavano Ahif il cisalpino, Brao la nasca, Moraso - quello di prima- un metro e dieci di utopista, e Carbonchio l'elegante. Riassumendo eranoPino Rino Tino Lino, affinché la storia non si perda in un vorticeonomastico di nomi. Brao la nasca prima dell'illuminazione menava oltraalla rogna anche . Dopo l'iiluminazione, sua moglie pur di farsele daresi era vista costretta a tradirlo. L'abitudine cugina dell'assuefazionediventa tradizione per usucapione. Poi Brao illuminato, piangendo era dovutopartire, ma se aveva abbandonato tutto non poteva abbandonare se stesso,così, quando durante questa rincorsa venne un attimo di pausa, trovòil fiato per dire: "Sarà più di un mese che ci hannolasciato indietro, e non si fermano mai. Per laghi monti mari fiumi, chestanchezza, che afflizione, e tuttalpiù: che monotonia!" Eccoinfatti che si presentò il deserto. Signore e signori: il deserto.Il bel deserto, tuttalpiù. I tredici benefattori che s'inoltravanoimpavidi finanche dentro il deserto furono costretti a sostare un istante,frenati da un lontano fragore ridondante, come di un arietone che sgarambasciaun portone. Era Brao che prendeva un triplo calcio nel culo cosìimparava a star zitto. I tredici storici intesero l'apotropaica calcagnatama non si trattennero oltre. C'era troppo da fare. Se quelli là eranorimasti indietro fatti loro. La missione esigeva frenesia, e loro glieladavano, infatti vedendoli passare venivano più che altro giudicatifrenetici. Come dieci giorni di deserto ci son solo sette giorni di deserto,ma sembrano dieci. Moraso si chiedeva se i tredici promotori fossero davantidi tanto e soprattutto si chiedeva dove fosse davanti. Nel deserto ètutto uguale, persino l'uguale è simile. Di dissimile c'era solouna cosa nera che si scorgeva nitida laggiù in fondo, in mezzo atutte le allucinazioni. Una figura nera che si stava avvicinando. -Lo vedianche tu? - chiese Moraso. -Sì che lo vedo - rispose Carbonchio.-Sarà uno dei nostri - pensò Ahif ad alta voce. -Sono semprestata dei vostri - disse la Morte. -é l'immagine della salute - commentòBrao. -E tu, insolente, sarai il primo - ammonì la Signora. Morasosebbene travolto dallo spavento che balbetta trovò la forza di precisare,prima di un'eventuale fine, che loro non erano peccatori e che stavano soltantotentando di raggiungere gli amici che li avevano lasciati indietro. -Sì,be', be' - disse la Morte - fondamentalmente io saprei tutto, solo che semi lasciassi impietosire ogni volta, poi ve la vedreste voi cogl'IspettoriDemografici. Quelli sono minuziosi dinamitardi. Prima fanno un censimentoper vedere quanti ne sono rimasti, poi, se sono troppi, ravvisano un'esplosione.E per ogni esplosione demografica, milioni son quelli che ci lasciano lapelle. E a me mi fanno un bucio così. Mi spiace per voi, e per quelliche ci lasciano la pelle, niente pianti né preghiere perchéI quattro dell'Ave Maria l'ho già visto sei volte. Così dettoalzò la falce al cielo per lasciarla slanciare a terra frenata soloun istante dalle loro gole. Piangevano e pregavano, pregavano e piangevano,come prefiche e vitelli, in ordine di apparizione. Tutti tranne uno. ProprioBrao, l'uccellaccio, Brao, il menagramo. -Se ci lasci andare, Signora -le disse - ti promettiamo vittime migliori di noi, e non perché siamocodardi e vigliacchi. No. Non solo per questo. Ma perché le mortidi chi ci seguirà saranno belle e grandi morti. Massimo orgoglioper te e solenne memoria della tua fama. Come un biglietto da visita. Vedinel centro del deserto la Morte col mento appoggiato sulle mani intrecciatea pensare, sostenuta dalla falce frullana. Riflette poi pondera e stima.Fa gesti per dire qualcosa, e l'ultimo dito che ha mosso si muove a indicareMoraso, e parla così. Dice loro di andare, di andarsene via, chetanto son persi e pur di salvarsi ormai sono uccisi. Così i quattro,via che lasciano la Morte filosofa e scappano di corsa levando le gambeindietro, da dove eran venuti. Nello stesso momento ecco che i tredici propugnatorisi arrestano perché ce n'è uno che deve fare una domanda alcapo. Affannato e sudato di sabbia l'uno si pulisce la bocca sulla spallaprima di parlare, poi chiede con un bel corrugarsi di fronte interrogativo:-Scusa capo. Ma degli altri quattro che abbiamo lasciato indietro nel nostromagico errare, cosa sarà? -Non lo so - risponde il capo - loro hannovoluto dormire e adesso gli toccherà sognare un'altra vita. -Peròio - continua quello - però io che sono algebrico ho fatto due conti:noi siamo tredici e loro erano quattro, quindi all'inizio eravamo diciassette.Non è, per caso, capo, che questo diciassette porti con sécattiva sorte? visto che poi li abbiamo persi. -Hai finito? - chiese ilprincipale. -Un'ultima considerazione mio capo - non c'era verso di farlosmettere - e ora che siamo rimasti in tredici, dato che io sono preciso,non è che magari salta fuori che anche questo numero tredici portasfortuna? Per esempio, e non potrai negarlo, già da sei giorni languiamonel deserto. -Tu Giuda mi dai da pensare - disse il capo.

Advertisement