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Freddo assoluto

di Scipio Silvi su Smemoranda 1997 - Diamo i numeri

Duecento metri sulla terra ferma si possono coprire, correndo, in meno di20 secondi, e passeggiando in pochi minuti, senza problemi. Sott'acqua invece...
"Che problema c'è. Scendere a 50, a 100, o anche 200 metri diprofondità, se c'è abbastanza aria a disposizione per respiraretutto il tempo che si deve rimanere immersi? Certo che sarebbe una bellaesperienza." Così pensavo, mentre ascoltavo Tanino (amico ecompagno di immersioni estive a Vulcano) raccontare delle sue esperienzedi sommozzatore professionista, che in quel momento, (inizi anni settanta),operava nel Mare del Nord: petrolio. Già durante il corso mi resiconto che non sarebbe stata la passeggiata che avevo previsto, ma la vogliadi mettermi alla prova, ed il grande amore per il mare, mi fecero superarele non poche difficoltà che il lavorare con 26 atmosfere di pressioneaddosso comportano. E quella non fu la sola difficoltà. Dopo unacerta profondità (70/80 metri) non è più possibilerespirare aria: la quantità di ossigeno presente diventa tossica,poi, metro dopo metro, venefica e quindi mortale, e l'azoto fa sragionareancora prima (40/50 metri), quindi di deve provvedere a sostituire l'ariacon una miscela a seconda delle profondità: sempre meno ossiegnoe sempre più elio. Ingoiare questo tipo di miscela non crea particolariproblemi, non fosse per il freddo allucinante che provoca e che dilaga intutto il corpo, dai capelli ai capillari. Brr... a distanza di vent'anni,mi pare ancora di sentirlo nelle ossa. Dopo 90 giorni ero pronto per ilprimo incarico: destinazione, grazie alle raccomandazioni di Tanino, Aberdeen,Scozia, Mare del Nord. Raggiunsi la piattaforma a bordo di un elicotterocon altri dieci tecnici che ritornavano dalla franchigia, era il turno dimezzanotte. Che spettacolo ragazzi! Da lontano e dall'alto, scambiai lapiattaforma per una stazione spaziale: un ammasso di puntini fissi e tremolanti,appena un po' più luminosi delle stelle, fluttuanti nell'inchiostrosiderale, tanto era buia la notte e nero il mare. Poi, mentre l'elicotterosi avvicinava, lo sfavillio delle fotoelettriche, dei tubi al neon e i riverberirossi delle luci di segnalazione ad intermittenza mi fecero credere, perun attimo, di essere sul punto di atterrare a Las Vegas. Ci pensòla natura a farmi tornare con i pedi sulla terra, o meglio sull'acciaio.Il vento che, infilandosi di prepotenza tra cavi in tensione, tralicci oscillantie corridoi dalle pareti d'acciaio, sibilava sinistro come in un film dell'orrore,e il ruggito del mare in tempesta che, con onde alte come un palazzo dicinque piani, arrivava a sputare schiuma gelata e lattiginosa sulle passerellea sbalzo lungo il perimetro della piattaforma, coprivano il rumore dell'elicottero.Per fortuna c'era Tanino ad aspettarmi ed appena sceso mi tranquillizzò,urlandomi in un orecchio che ero stato fortunato ad arrivare in un momentodi brezza e mare tranquillo, solo forza 7! Due giorni di ambientamento edero già in lista per il primo turno di lavoro in saturazione. Entrammoin sei (suddivisi in tre squadre) nella camera di compressione che, senzabagnarci, ci avrebbe portato alla quota operativa di 260 metri. Io ero incoppia con un certo François: un corso tracagnotto di mezza età,ma, dall'aspetto solido e compatto come una roccia: ex pugile, ex legionario,ex guardia del corpo ed ex buttafuori in un night in Martinica, sommozzatoreper bisogno e non per passione come lo ero io. Una lampada rossa cominciòa lampeggiare ad intermittenza e subito avvertii sui timpani la pressioneche veniva immessa nella camera. Nel giro di qualche minuto le lancettedei manometri affissi un po' ovunque erano già saliti a 10 atmosferee continuavano a spostarsi rapidamente. Luce verde: ventisette atmosfere,uguale a 260 metri, finalmente! Emozionato? macché! ero molto dipiù. Ripensandoci credo che il rimescolio delle viscere, il sudorefreddo e la bocca secca più che dall'emozione erano provocati, credo,da un po'... di paura spruzzata di terrore controllato. Il tonfo del portelloneche si chiudeva e il cigolio metallico della campana che veniva staccatadalla camera ebbero il potere di calmarmi di colpo, ormai ero in ballo esarebbe stato quantomeno deleterio pensare ad altro che non fosse il lavoroche mi accingevo a fare. A meno 245 metri ci fu un leggero scossone e l'agodel profondimetro rallentò l'ascesa, ma non si fermò sinoa quando non coprì la tacca dei 250, a 5 metri dal fondo. L'arresto,la corrente e l'elasticità del cavo sommandosi impressero all'abitacolodecisi movimenti sussultori e ondulatori altalenanti. Istintivamente miaggrappai ai maniglioni di sostegno fissati un po' ovunque, ma non riusciiad evitare di andare a cozzare contro la parete con la testa protetta dalcasco, provocando un sordo suono metallico e stonato che rimbalzòa lungo nel loculo scombinandomi il cervello e shakerandomi gli organi interni.Tra una rintronata e una sbatacchiata udii distintamente nell'auricolarela voce di Tanino: "Ehi, da basso! Per chi suona la campana?".E subito dopo le risate all'unisono dei tecnici di superficie e di François.Ero stato battezzato: sommozzatore professionista altofondalista; ed avevocapito che la campana è così chiamata, non per la forma, piùsferoide che campanoide, ma perché provvista di batacchio, in quelcaso io. Al decimo turno di saturazione avevo deciso che fare l'altofondalistanon era il mio mestiere. Ne ebbi la certezza quando mi ritrovai a fissareil manometro, e ad ogni tacca che la lancetta superava sommavo i dollarianziché i metri. No! non era amore per il mare quello! Non ho maivisto pesci attorno ai pozzi, ed è poco probabile vederli: a 250metri di profondità la visibilità non supera il confine segnatodall'alone verdognolo lattiginoso che le cellule fotoelettriche a tenutastagna spargono all'intorno per un raggio di pochi metri, oltre i qualiè notte fonda. Qualche rara volta, dall'alto, avvistai una balena,mentre a bordo dell'elicottero mi recavo in franchigia per andare a spenderee a spandere tutto quello che avevo guadagnato in 15 giorni, sempre chemi fosse rimasto qualcosa, dopo aver giocato a poker e a back gammon ininterrottamentedurante i tre giorni di decompressione per far ritorno tra i comuni mortali.Cosa mi è rimasto dall'esperienza di altofondalista? La consapevolezzadi avere toccato profondità che pochi al mondo hanno raggiunto, el'aver provato il freddo assoluto, molto vicino, credo, al freddo dellamorte.

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