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Stromboli

di Annamaria Testa su Smemoranda 1996 - Il mediterraneo

Una fettina di luna sottile, bianchissima, sta sdraiata in bilico proprio sulla bocca del vulcano. Magari il vulcano se la mangia. Poi, se non gli piace, sputa come lo si vede fare tutte le notti di quest'estate. Pietre infuocate e ogni poco uno sbuffo di fumo denso e lento come un sospiro. 
Questa notte, magari, anche un torsolo di luna. Arianna ha dodici anni, è magra come un'acciuga, salata come un'acciuga perché viene dal mare.
In questo momento solo lei guarda la luna sdraiata sul vulcano perché tutto il resto dell'isola è occupato a fare qualcos'altro: spalmarsi di crema, preparare il sugo di capperi olive e pomodori, sgridare i bambini, consolare i bambini, provare vestiti da Gioachino, bere aperitivi, servire aperitivi, spettegolare, apparecchiare, chiamarsi da una stanza all'altra, decidere che invece tutti a mangiare al Barbablù, chi c'è, c'è.
Arianna si appoggia al muretto che separa la strada dalla vigna più sotto, inclina la testa di lato e comincia a soffiare piano piano verso la luna: così si solleva appena un millimetro e il vulcano resta a bocca asciutta. Il muretto luccica azzurrino. La strada è stretta, sinuosa, piena per metà d'ombra nera. Arianna si lecca le labbra salate e soffia.
Poco distante da lei l'ombra si muove e parla. Sono due voci. -Fermati un momento -sussurra l'ombra- devo dirti una cosa. - -Una cosa, come? Che tipo, di cosa?- risponde l'ombra.
-Una cosa come… ecco, tu fai sempre tutto difficile. Come si fa a chiedere che tipo di cosa, quando uno ti dice che deve dirti una cosa? Una cosa quadrata che pesa mezzo chilo? Una cosa verde lunga un chilometro?- -Vedi? Sei tu, che fai gli indovinelli.- -Non era un indovinello.- -Ma dai, scherzavo.-
L'ombra sta zitta. Arianna soffia. Forse la luna si è davvero alzata di un millimetro ma il vulcano ha allungato il naso.
-Insomma, ieri sera -riprende l'ombra- ieri sera, te lo ricordi, no?- -Quando eravamo in piazza?- -No, molto dopo, quando…- -Quando siamo andati tutti a mangiare il gelato, e tu ti sei messo a parlare di tuo cugino di Roma, cos'hai detto che faceva?- -Ma no, ancora dopo, accidenti.- -Dopo non abbiamo fatto più niente.- -Beh, ti ho riaccompagnata a casa.- -E allora?- -Volevo darti un bacio.- -E me lo dici con ventiquattr'ore di ritardo?- Ad Arianna verrebbe anche da ridere, se non fosse per via della luna che veramente si sta sollevando lenta staccandosi fragile dalla massa nera del vulcano e allora soffiare ancora un po', la tecnica è quella che si usa per le bolle di sapone ma il gioco è molto più magico.
-Almeno te l'ho detto.- -E a che cosa serve?- -Mi stai chiedendo sul serio a che cosa serve un bacio?- -Che stupido che sei: a che cosa serve dirlo, no?- -Non sapevo… insomma, non sapevo se… e mi dai anche dello stupido, grazie tante. Proprio il tipo di risposta che dovevo aspettarmi da una come te.- -Io non ti ho dato nessuna risposta. Magari, te la do fra ventiquattr'ore.- -Basta: non ti sopporto.- La luna brilla tutta sola nel cielo bluviola: in salvo. Arianna smette di soffiare. Il vulcano manda uno sbuffo di fumo come un sospiro opaco contro la trasparenza dell'aria.
-Sei arrabbiato?- -No… sì, certo che sono arrabbiato.- -Scusami, davvero. Senti: posso chiederti una cosa?- -Che tipo di cosa?- -Una cosa importante: non vorresti rifarmi quella domanda?- Arianna saluta la luna e si allontana in punta di piedi. 
L'ombra è ferma e silenziosa perché i baci non fanno rumore.

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