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Rumori di fondo

di Enzo Gentile su Smemoranda 1996 - Il mediterraneo

"Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare" 
(J. L. Borges)
Lampi di una realtà in movimento, molecole di musica dal Mediterraneo, che galleggiano sbriciolate nell'aria, si diffondono, si disperdono, ritornano: attenti a non smarrire la direzione. I dervisci della Turchia, il flamenco spagnolo, l'oud libanese, le launeddas della Sardegna. Le feste andaluse, gli zingari di Provenza, il rai maledetto d'Algeria, i canti yiddish d'Israele, flauti e zampogne d'Albania, il nai siriano. Il bouzouki greco, le antiche nenie del Nilo, le orchestre gnawa marocchine, i tamburi ipnotici del deserto, le melodie primitive dei beduini. Tutti gli ingredienti abbracciati dalla madre mediterranea, spezie e sapori di un mondo che abitano sotto lo stesso cielo. Difficili da recuperare, spesso impossibili da intercettare, perché la colonna sonora dell'universo si è appiattita, come i gusti, l'alimentazione, le lingue, il modo di vestire, di pensare.
L'impronta lasciata dal magma che ha invaso buona parte del quotidiano è quella di un monopolio occidentale, con le schegge e i segni crudi, violenti, della contaminazione orizzontale.
Il bacino mediterraneo (smack) è stato il centro di gravità permanente della cultura classica e oggi, dipendente com'è dalle mode, dalla potenza economica dell'imperialismo produttivo-industriale, pare quasi schiacciato, soffocato. E viene in mente un condominio, con tante cellette, da cui esce una lucina azzurrognola-grigiastra, a segnalare una vita in cui, al massimo, le differenze sono garantite dallo zapping. Girando, perlustrando in largo e in lungo, molte delle diversità sono svanite, per cui i nostri denominatori comuni si sono pericolosamente standardizzati, in una poltiglia kitsch di rara efficacia: jeans, coca-cola, hamburger, ketchup, B movies e tanta, troppa musicaccia da hit parade per veri ganzi. Pochi grammi di nastro magnetico, l'etere a fare da cassa di risonanza, ed ecco che da qualsiasi punto delle coste mediterranee sarà facile sentirsi figli- degeneri e sfortunati - del pianeta. 
Provare per credere: ritrovare un suono, una traccia della storia e della musica di quei paesi, diventa un'impresa quasi impossibile. Come se un vento imperioso e inappellabile avesse spazzato via le radici, disinfestato in nome dell'omologazione.
Certo, ci sono dischi, registrazioni, documenti del folklore, roba per studiosi un po' pignoli, ma andate a chiederli in un megastore: prima cercheranno di piazzarvi un album di Ramazzotti o di Sting - che più o meno sono la stessa cosa - poi, se insisterete nel pretendere un album di solenni, emozionanti, profondissime musiche egiziane, turche o marocchine, vi guarderanno alla stregua di un alieno, altroché Corazzata Potëmkin. Musiche mediterranee, aromi forti, bruciati dal sole, conditi dallo iodio e dalla salsedine, con l'ago della bussola puntato verso sud e verso est. Curioso: ci assomigliamo sempre di più, tutti, indistintamente, drammaticamente, con un rumore di fondo che lega e subordina ogni cosa. Le frontiere sono aperte, spalancate, ma solo alle abitudini peggiori: i luoghi della memoria restano diversi, perché anche la nostra colonna sonora dovrebbe essere risucchiata dal mostro della mediazione, della routine, della stabilità?
E neppure giova viaggiare, anche i turisti per caso avranno vita dura fuori dai tour archeologico-gastronomico delle tipiche vacanze, pittoresche e intelligenti.
"Il mare non è mai stato amico dell'uomo, tutt'al più è stato complice della sua irrequietezza". (J. Conrad)
Sulla strada: a caccia della conoscenza, della voglia di sapere Noi, popolo del Mediterraneo, straniti, spolpati, deviati dalle matrici originali, arroccati su un'isola, a rincorrere le pulsioni del cuore, la verità, il suono del silenzio, nel misterioso crocevia di colori e di razze: un bicchiere in mano, l'acqua che scioglie cattivi pensieri, parole di cotone e di terra.
Tutto intorno, veloce il traffico di una migrazione collettiva, affannosa, i tempi che cambiano, il millennio agli sgoccioli. In sosta, su una piazzola di fianco a un autogrill: e addosso piove una babele di suoni, di voci, tra lamiere e vetro-cemento.
Fermi, in balia delle onde, residui e resistenti: destinatari di una lettera, che forse nessuno ci ha mai scritto.
"Soltanto il mare gli brontolava la solita storia, lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare."
(G. Verga)

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