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Lawrence, che rabbia

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1996 - Il mediterraneo

Ogni inverno quando la radio gela le strade, Lawrence ricomincia a cavalcare nella Tv. Lui sempre giovane, io sempre pigro. Viene avanti come la prima volta. 
Si china nel pozzo per non morire di sete mentre stringo gli occhi per spiare, sul filo dell'orizzonte, il mantello nero di Omar Sharif. Fuori, la nebbia. Dentro, sole da far caldo. Tanti, ma tanti anni fa si è aperta la porta dell'aereo su quel sole-Tv.
Sportello di un forno. Soffio che brucia la faccia. "Lawrence, sto arrivando…". Lui, d'Arabia. Io, di Parma. Ma nella borsa portavo i Sette pilastri della saggezza, diario sgualcito per l'uso dell'avventura che ha provocato una catastrofe d'amore negli intellettuali alla ricerca dell'esotico. Voglia di rinsanguare fantasie smorte. Tutti al galoppo sul cavallo bianco. "Lawrence, sto arrivando…". Il giornale voleva sapere di una guerra. D'accordo, parleremo anche della guerra. Il giornale parlava di un'intervista (la foto, io e lui, così giovani) con l'eterno re Hussein di Giordania. "D'accordo maestà…".
Flash che illumina il sovrano beato fra i circassi della guardia d'onore. Scimitarre e colbacchi da teatro di Vienna. "La capisco maestà…". Lui racconta come odia e come ama Arafat. Come sono cattivi e come sono buoni gli israeliani. Non sento niente. Manca il coraggio di interromperlo con la vera domanda. "Ma lei sa cosa ha detto suo nonno Abdullah a Lawrence d'Arabia, pagina 212, volume tre?".
Lawrence mi ha accompagnato in ogni posto. Ho dormito nei castelli di Lawrence (che poi erano le rovine dei crociati) quando Georges Habbash, Palestina dura, faceva saltare i jumbo americani dirottati attorno ad Amman.
La vampata nella notte illumina l'angolo della pietraia. Sveglia il sonno del pastore sotto la jellaba. Si alza senza fretta. Non ha paura. Sta traversando il deserto da chissà quanto. Il nostro mondo, ormai, è una fata morgana. Deve aver lasciato la Mecca che ancora Lawrence sparava ai turchi. Magari lo ha conosciuto. "Orence?". Non risponde.
Ripete la domanda come deve fare ogni buon credente incerto sulla verità. Le fiamme dell'aereo svaniscono lontano. E il buio cancella la sua faccia. Dove sono gli occhi? Man mano che spiana il giaciglio. Riavvolge il mantello. Non ho mai saputo quando si sono incontrati.
Poi Lawrence mi consiglia un albergo: Saint Georges, Beirut. E' la Beirut pronta a scoppiare. Ogni straniero che arriva fa il giornalista o la spia. Nuota in piscina, infila dollari sotto l'ombelico della ballerina del ventre.
Ma è solo la vita da vendere agli altri. Il progetto che accende la guerra nella languida città, sparge ordini e armi con l'aria di improvvisare una vacanza. Americani che sono israeliani. Canadesi che sono palestinesi. Tedeschi che sono siriani. Turchi che nascondono sotto i baffi la foto di Khomeini. I francesi predicano: "questa colonia deve parlare la lingua che noi abbiamo insegnato". Gli inglesi si arrabbiano: "sono i profughi cresciuti nel nostro protettorato di Gerusalemme ad aprire scuole dove l'alfabeto resta l'alfabeto di Shakespeare". I siriani non parlano ma sparano. Un posto così è il paradiso di chi cerca segreti. E una sera, mentre pensavo a cosa stava bevendo Lawrence, un signore giacca e cravatta, si appoggia al banco del bar degli scamiciati. L'auto con la bandiera inglese lo aspetta sulla porta. Lui può attraversare i posti di blocco che rompono ogni strada. Può accendere i fari fregandosene dell'oscuramento e del coprifuoco. Ha una missione da compiere. Deve essere bravo se si nasonde dietro il nome di John Le Carré, scrittore di spie di carta che scappano dal diario per imitare la realtà. Ma non tanto bravo da annacquare la presenza di Lawrence.
Perché appartengono a Lawrence le tende impolverate di Damasco. Suoi i leggii dove apro il giornale mentre "Orence" sta disegnando (pennino sottile) la futura geografia del deserto. Rettangoli, quadrati, triangoli: dipende dal petrolio e dall'amicizia tra Lawrence e gli sceicchi. "Si prega l'Arab Bureau di Londra di assegnare ai nuovi stati nomi appropriati..". Qualcuno guarda sopra la spalla. Vestito come lui, socio e nemico: l'archeologo John Philby, altra faccia delle spie inglesi. Philby fa il tifo per Saud d'Arabia. Lawrence preferisce Abudllah, nonno di Hussein, e lo zio Feisal che trascina sul trono di Damasco. Caro Philby, capisco i tuoi pensieri. Deve insegnare il mestiere della spia intellettuale ad Harold, detto Kim, figlio unico ancora bambino.
Se Lawrence viaggia come scrittore e lui con la zappa di chi scava il passato, una spia degli anni che cambiano ha l'obbligo di lavorare a tempo pieno. Kim prende talmente sul serio la lezione da continuare a spiare come free lance anche nei giorni della pensione. Vecchiaia di intrighi nel rifugio di Beirut. Giorni appoggiati al bar del Saint Georges, gli occhi puntati sul tavolo vicino alla porta.
Lì, si siede. Ma se entra un signore con l'orologio a catena e occupa il suo posto e apre il giornale, l'aria non è buona. Meglio scappare. L'orologio è russo. Lo avvisa che la Cia ha finalmente scoperto il doppio gioco. L'ultimo Philby esce dal Saint George, rispunta a Mosca.
Il mio tavolo resta sempre vuoto. Nessun signore controlla che ore sono. Attorno a Le Carré, attorno alla famiglia Philby, attorno a Lawrence, solo ragazze e turisti inchiodati nelle poltrone della hall, sguardo sulla stessa pagina dello stesso giornale. Lo alzano quando la porta gira attorno al viaggiatore che arriva senza valigia. Povero albergo con la grazia misteriosa di un rifugio coloniale. Lo hanno disegnato in fondo al Mediterraneo nei primi anni del secolo, quando il piacere delle forme, degli specchi, dei velluti, non era ancora sepolto sotto il vetro e l'acciaio delle torri Holyday Inn. Ne è cresciuta una accanto. Adesso, come il Saint Georges, sembra una bocca senza denti. Dieci anni di katiuscia - missili che Mosca ormai svende alla mafia - hanno bruciato ogni bellezza.
Ricordo la volta che sono scappato mentre dalla Torre partivano i primi razzi. Lawrence era uscito un passo prima. Con la borsa in mano aspettavo il taxi per correre sulle colline dell'altra Beirut, villoni brianzoli dei cristiano-maroniti di Forza Libano. Biondo come Lawrence, purtroppo senza kefia, ma la giacca blu da capitano di una corazzata per le vacanze, spunta un signore che da sempre scappava. Prima da presidente del Milan, poi dal palco della Scala, infine dall'industria fallita. "Buon giorno Felice Riva…". "Taxi, taxi…": la paura fa tremare. "Torno a Milano, che mi arrestino pure…". Dal mondo delle spie a quello della bancarotta. Rimpiango il Saint Georges che si allontana.
Senza Lawrence sta per morire. Lo capisco prima che le bombe brucino il tetto.

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