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Mi chiamo Mustafa

di Valerio Peretti Cucchi su Smemoranda 1996 - Il mediterraneo

Faceva freddo quella sera, tanto che i sospiri dell'uomo, appena uscitigli dalla bocca, ghiacciavano e cadevano a terra. Quella via del centro di Milano era disseminata di cocci dei suoi sospiri. Erano ore che camminava avanti e indietro infagottato nel cappottone Caritas, di tre taglie più della sua, forse troppo grosso come capo d'abbigliamento, ma in fondo appena sufficiente come monolocale. Da tre anni ci viveva dentro e si considerava fortunato ad essere arrivato in Italia d'inverno. 
Altri, che invece erano sbarcati in piena estate, avevano ricevuto dalle dame di S. Vincenzo solo un paio di bermuda ed ora, erano talmente infreddoliti che facevano apposta ad andare a dormire sulle panchine del parco nella speranza che qualche delinquente desse loro fuoco. L'uomo indossava un passamontagna scuro come la pelle del suo viso, ma molto meno triste. Aveva lo sguardo spento, forse perché non poteva permettersi di pagare l'allacciamento della luce. Con una mano, teneva una borsa di plastica.
Dentro c'erano alcune stecche di sigarette di contrabbando, con cui si guadagnava da vivere e con cui si sentiva di avere molto in comune, infatti quelle sigarette, come lui, erano straniere ed illegali. Non poté fare a meno di pensare, ironicamente che però una differenza sostanziale, tra lui e quelle stecche c'era: le sigarette, le pagavano prima di schiacciarle sotto i piedi. E poi le sigarette sono pericolose, ti fanno venire il mal di cuore e il fiatone, soprattutto quando i poliziotti ti stanno correndo dietro e ti manca il permesso di soggiorno. Già, quel maledetto permesso!
Macché soggiorno!… Si sarebbe accontentato anche di un permesso di tinello, di anticamera, persino di ballatoio, pur di poter vivere tranquillo e magari trovarsi un lavoro decente, in regola e soprattutto, al caldo. Un tempo chiedeva la carità, poi a causa del freddo dovette smettere: gli tremava troppo la mano e non riusciva a beccare le monetine che gli allungavano.
Da dove veniva lui, non faceva mai freddo, infatti, suo padre che faceva l'allevatore di pecore, era poverissimo, perché a causa della temperatura il gregge non sopportava la lana e girava nudo.
Come gli sembrava lontana la sua terra, c'era di mezzo un intero mare, il Mediterraneo, il suo mare. Una volta arrivato in Italia, però, intuì che il "Mare Nostrum", veniva chiamato così proprio per far capire a lui e a tutti quelli come lui che in quel mare, per antica tradizione poteva bagnarsi, forse trovare lavoro su un peschereccio, magari anche annegarvicisi, ma mai considerarlo suo.
E poi, dopo tanti anni passati al nord, ormai sentiva di aver perso le proprie radici, la propria identità. Sapeva che qualcosa di simile era successa anche ad altri suoi connazionali. Addirittura qualcuno, pur di riuscire ad inserirsi aveva provato ad iscriversi alla Lega Lombarda. Non capiva come un mussulmano potesse fare una cosa simile, ma poi pensò che in fondo il Corano proibisce di mangiare i maiali, mica di frequentarli.
L'uomo pensava e mentre pensava camminava e pensò molto e di conseguenza camminò molto. Quello che cercava era semplicemente qualcuno disposto ad ascoltarlo, a capirlo. I suoi pensieri lo avevano portato in viale Monza. Quasi periferia. L'uomo si guardò attorno. I bar erano tutti chiusi. No! Un'insegna luminosa a forma di cubo risplendeva nella notte, facendo intuire che c'era un locale ancora aperto. L'uomo vi entrò. Era un posto affollato, pieno di gente che rideva e scherzava. L'uomo si avvicinò ad un tizio e salutandolo cortesemente gli tese la mano.
Stava per cominciare il discorso ma il tizio gli infilò nel palmo mille lire e si rimise a chiacchierare con i suoi amici. Allora l'uomo ci riprovò con un altro avventore: stessa identica scena. Nessuno lo stava a sentire in mezzo a quella calca. L'uomo stava per tornarsene rassegnato in strada quando vide che nel locale c'era una pedana illuminata e ben visibile da tutti. Si fece coraggio e tentò il tutto per tutto. Salì, si guardò attorno. Nel locale calò il silenzio. Tutti guardavano l'uomo avvolto nel suo cappottone come se si aspettassero qualcosa. L'uomo deglutì, fece un respiro profondo e lasciò che le parole gli uscissero dalla bocca, attraversassero il passamontagna e arrivassero alle persone che lo stavano osservando.
"Mi chiamo Mustafa… vengo da Marocco. Il mio paese è talmente povero che l'anno in cui ci fu l'invasione delle cavallette, il WWF ci fece causa perché quelle povere bestiole non trovarono nulla da mangiare…" Dal locale si levò improvvisa, fragorosa, assordante, una risata. L'uomo non ne capì il motivo, era confuso, ma decise di proseguire: "Ho pagato un sacco di soldi al capitano di una nave che mi ha portato in Italia. La traversata è durata molti più giorni del previsto.
Colpa mia, avrei dovuto remare più velocemente!" Il locale fu scosso da una nuova risata. "Cazzo avranno da ridere?" Pensò l'uomo. "Appena sbarcato capii la differenza tra i ragazzi italiani e i ragazzi africani: gli italiani fanno la raccolta delle figurine, gli africani dei pomidoro. Allo scoppio della nuova risata l'uomo, deluso, amareggiato, scese dalla pedana e stava per andarsene quando venne avvicinato dal proprietario del locale che sorridendo gli fece un sacco di complimenti, ma non solo, gli propose addirittura di ripetere quel discorso tutte le sere, pagandolo per di più. "Certo…" gli disse "Come comico sei ancora acerbo, devi fare ancora molta gavetta, ma la stoffa c'è. E poi è geniale l'idea di portare in scena te stesso, fai veramente ridere. Qui poi sei tra amici, vedrai non avrai nessun problema ad inserirti" L'uomo uscì dal locale ancora incredulo, con in tasca i soldi che Giancarlo, così si chiamava il proprietario, gli aveva dato come paga per la sua esibizione. 
Quella sera era nata una nuova stella del cabaret e soprattutto per l'uomo iniziava una nuova vita… anche se, qualche giorno dopo, un gruppo di cabarettisti del nord iniziarono una raccolta di firme per cacciare i comici extra comunitari che vengono qui a rubare le serate nei locali.

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