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Omaggio a... Federico

di Gabriele Porro su Smemoranda 1995 - Con il cuore e con la mente

Ho sempre diviso il mondo in due categorie: quelli con il senso dell'umorismo, i buoni; e gli altri. 
Non necessariamente cattivi, ma inesorabilmente più giù in classifica. Federico Fellini, per me è sempre stato in vetta alla prima categoria. L'avevo già pensato dai suoi film, anche da quelli più meditabondi o pessimisti, ma la strepitosa conferma è venuta conoscendolo di persona. Quando ho cominciato ad andare al cinema, Fellini era già un mito.
Come Pelé, Dylan o Gagarin. Tre Oscar, il "dolcevitismo" dilagante con eserciti di turiste ansiose di buttarsi nella fontana di Trevi, il nostro orizzonte, in cui pure si affacciavano segnali di Nouvelle Vague, saldamente dominato dalla trimurti Antonioni-Fellini-Visconti. L'incontro è invece avvenuto una quindicina d'anni dopo, ai tempi di "Prova d'orchestra", che pure non m'era piaciuto. Obnubilato un po' dalla politica, lo vedevo come una sorta di "film d'ordine", sulle gerarchie perdute.
Da allora, frequentarlo è stata la dimostrazione che la fantasia nel cinema parte spesso da un tasso elevato di umanesimo, sentito e praticato. Anche nei più lucidi e pessimisti squarci sulla realtà d'oggi ("Ginger e Fred", "Casanova", i suoi capolavori della maturità) non smarrì la tenerezza per i suoi personaggi, che è poi sempre anche un poco ironia, su di loro e per loro. Quel divertimento che, come in un crescendo di Rossini (e i due, del resto, non erano nati poi tanto lontano, geograficamente parlando), ingigantisce e (s)travolge facce e voci, atteggiamenti e situazioni, distillandone l'aspetto divertente.
Ciò che Fellini faceva sullo schermo, ma in primo luogo a tavola, raccontando progetti, il più delle volte semi-seri, o parlando degli amici. Il surreale romagnolo, cioè la capacità di evocare persone e momenti, ma arricchendoli delle sue sublimi frottole. Come quando raccontò che "Amarcord" sarebbe stato un film di fantascienza. E fu scritto, dai suoi amici giornalisti, perché raccontare i non-film di Fellini era a volte addirittura più divertente, anche per il lettore, che descrivere quelli veri.
Fellini spesso rispondeva direttamente al telefono di casa sua, o del suo studio, ma con un accorgimento: quella, per molti, famosa vocina di donna che simulava una segretaria. Quando la telefonata non era gradita, o forse solo inopportuna in quel momento, la vocina proseguiva gentilmente congedando l'interlocutore. Ci fu un periodo in cui la vocina fu corteggiata da un assiduo telefonista, forse un produttore: finì per chiamare più per lei che per Fellini, e fra i due nacque una piccola love-story fonica, un amore platonico, di emozioni auditive, tenero e gentile. 
Che invenzione!

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