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Con l'organo muscolare cavo che costituisce il centro motore dell'apparato circolatorio e con la mente

di Marco Posani su Smemoranda 1995 - Con il cuore e con la mente

Nel tema di Smemoranda di quest'anno c'era qualcosa che non mi piaceva, proprio nel suono, che mi ricordava qualcosa, ma non sapevo esattamente cosa. Poi mi è apparsa un'immagine, una donna molto sexy accarezza il cofano di una nuova cabriolet. Una voce femminile sussurra il nome della marca dell'auto seguita dallo slogan: "Con il cuore e con la mente". 
A questo punto mi sorge una domanda, che non è, come qualcuno potrebbe pensare, "chi è quel pirla che ha scelto il tema di Smemoranda di quest'anno?", ma "cosa c'è che mi imbarazza in questa frase?".
Ci sono una serie di parole, una volta usate solo nella comunicazione sentimentale, che sono diventate patrimonio dei messaggi pubblicitari, di un mondo finto, evocativo di emozioni che non esistono nella realtà, che noi non abbiamo più il coraggio di usare, proprio perché usurate da questa utilizzazione impropria.
Se la pubblicità si limitasse a slogan imbecilli come "Voglio vivere alla Grundig" o "Io ce l'ho profumato" non succederebbe niente a nessuno. Purtroppo, invece, quel mondo che anche quando ti vende della carta igienica, non ti vende un rotolo di carta igienica, ma una storia d'amore con una principessa con cui dividerlo, quel mondo si è portato via tutte le parole più belle, cancellandole dal nostro vocabolario per banalizzazione del significato.
Cuore, amore, felicità, ma non solo. Chi avrà più il coraggio di dire a una donna dopo aver fatto l'amore: è stata una "sensazione unica", senza aver provato una grande vergogna per aver usato lo slogan della Coca-Cola? Chi può dire: "con te ho provato un piacere da morire", senza pensare a Sailamenta, il piacere che uccide?
Alla pubblicità non basta più dire "Digestione assicurata con Magnesia Bisurata", oggi cerca di creare un rapporto affettivo tra noi e qualsiasi cosa, per cui anche quello con un golfino non è un semplice rapporto d'uso puro e semplice, ma è "un amore che non finisce mai" (Soflan). E se l'amore con il golfino non finisce mai, figuriamoci quello con il cappotto.
Sono troppe le parole che non potremmo mai più usare e nessuno ci potrà più risarcire da questo danno che la pubblicità ci ha fatto.
Ormai la comunicazione sentimentale può vivere solo d'intese fatte di sguardi e di non detto, a meno che non ci si decida a fare entrare nell'uso comune sinonimi o neologismi che sostituiscano le parole che ci sono state scippate. Invece di dire "sono felice", diremo "ho provato lietezza, gaudio, giubilo". Forse sono termini un po' desueti, ma comunque hanno conservato una maggiore dignità.
Invece di "Ti amo", diremo "Provo un sentimento di estrema attrazione per te".
Per sostituire la parola piacere non va bene neanche "sensazione di forte godimento", perché anche godere è una parola diventata tabù ("stringilo toccalo godilo!" un vecchio slogan di cui non oso ricordare il prodotto a cui era associato). Probabilmente anche il godimento stesso oggi è diverso, perché si capisce che il godimento della pubblicità è diverso, è meglio di quello che proviamo noi, che è così inadeguato. E allora per raggiungere quello lì, oltre alla parola, ci rovinano anche il godimento stesso.
Non so come riusciremo a uscire da questo casino comunicazionale. Ci vorranno anni, forse secoli per ricostruire dalle macerie parole belle come amore e come cuore. In questa attesa, noi cosa faremo? Continueremo a perdere pezzi di vocabolario così, senza ribellarci? Con l'ultima campagna dei Sofficini, è caduto un altro vocabolo: "sorriso". Cosa facciamo, lo piangiamo in attesa del prossimo lutto o ci rimbocchiamo le maniche per tentare una riscossa?
Dobbiamo fermare questo saccheggio, perché prima o poi capiterà a tutti un giorno nella vita in cui per esprimere un'emozione non sarà sufficiente un abbraccio, una carezza o un bacio.
E quando arriverà quel giorno, anche il silenzio sarà imbarazzante perché si sa, quando c'è silenzio, parla Agnesi.

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