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oggi voglio

Occhiali rosa

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1995 - Con il cuore e con la mente

Torno a Miami dopo un volo ad Haiti. Ho visto tante cose ma un numero mi perseguita. Guardo il vacanziere seduto accanto al mio gomito: mangia cinquantatre volte più di un ragazzo di Port au Prince. 
Il numero diventa una colpa al tavolo del ristorante. La bocca rosa fragola di una Madonna adolescente sta masticando mezzo chilo di bistecca al sangue. Intanto la madre copre di yogurt una montagna di cavoli bolliti. Ma l'infelicità è in agguato. "Non portano da bere... "
Povero capofamiglia. Ha chiesto vino.
Gli americani ormai bevono vino. Se a New York o a San Francisco il rito europeo della bottiglia accompagna il piacere di intorpidirsi su una tavola imbandita, in questo angolo di Miami offrono il vino a bicchieri. Robusti, da birra. Il padre lo ha finito e fa segni disperati al cameriere: un altro, per favore. Arriva. L'infelicità svanisce. Un cucchiaio, due cucchiai, tre cucchiai di zucchero. Il padre mescola con cura e poi sorseggia. Madre e figlia lo guardano, aspettando. "Buono?" "Molto buono" 
Sorrisi e sollievo .
Una famiglia in vacanza, parte già vestita in un certo modo interrompendo l'abitudine dell'abito grigio. Quando cominciano i giorni dello svago la dignità resta nell'armadio. Padre, madre e figlia spuntano nella hall trascinando valigie a rotelle. Sembrano l'avanguardia di un circo che il week-end moltiplica per milioni di persone. Davanti: la padrona di casa, pantaloni corti a fiori rosa, occhiali d'argento e sul petto dilagante, una maglia che finge di essere strappata mostrando qualcosa che non posso raccontare.
La figlia è un angioletto con unghie di plastica lunghe come artigli. Il padre interpreta l'autorità: stivali, naturalmente shorts ma i calzoni lunghi li mostra come una bandiera, piegati sul braccio sinistro. Tutti e tre hanno attaversato città, taxi, aeroporti e alberghi senza che nessuno si sia voltato a sorridere. Non meravigliarsi è una virtù americana.
A Miami è festa. Sfilano i marines che hanno "sepolto Saddam Hussein". La famiglia è arrivata per passare il fine settimana col figlio in divisa. Capelli a pagoda rasati fino alle tempie e poi gonfi come un pivot nero. Con la determinazione di chi insegue i nemici nel deserto, sta snidando parallelepipedi di formaggio giallo sepolti sotto una collina di tagliatelle. Visto il marine, il cuoco deve aver avuto una crisi patriottica: sopra le tagliatelle sventola la bandiera stelle e strisce con l'asta piantata nel cratere di pomodoro. Il quadro intenerisce.
Malgrado il riflesso psichedelico di cibi e vestiti, si respira l'amore di ogni famiglia per un ragazzo in divisa. Finalmente assieme. I nostri genitori passano le domeniche davanti alle caserme di Casale Monferrato o Ascoli Piceno; qui sbarcano in aereo allo Sheraton di Miami.
Di nuovo assieme. Possono dirsi tutto dribblando il segreto soffocante della censura militare. Cosa si diranno? Due giorni, quattro pasti, tre prime colazioni: solo, al mio tavolo, continuo a spiare. Mai una parola. Ogni tanto il cibo riesce a sciogliere qualche sillaba. 
"Com'è?", domanda, un soffio con la bocca piena. "Fantastico...".
Inutilmente il cameriere (salvadoregno) distribuisce la cortesia sceneggiata dalle pubbliche relazioni dell'albergo. "Cari signori, voglio indovinare da dove venite. Vediamo un po': Oregon?" "Tucson, Arizona...", la madre sembra delusa, non ha indovinato.
"Ho sempre sognato di vedere il deserto" si riprende il cameriere. "Benvenuti a Miami, vi piacerà". Salta al tavolo accanto: "Mi pare di capire che siete del Nevada" "California...", rispondono in coro. 
"Ho sempre sognato di far carriera a Hollywood". Risate, ma il cameriere non ascolta. In quindici minuti deve familiarizzare con quindici tavoli. Dall'altra parte del paravento una ragazza sta facendo lo stesso giro. La sua voce sembra un campanello. "New York? Fantastico. Ho proprio voglia di vivere a New York"
Qualcosa rompe il gioco. Fratello e sorella smettono di succhiare coca cola per scambiarsi gli anelli. Il marine ne porta tre: grandissimi. Una finta acqua marina riflette il tremolio della candela ogni volta che il ragazzo impugna la forchetta. Gli anelli incantano i genitori. La madre smette di mangiare. Il padre non mescola più zucchero e vino. Un lampo di emozione "Stanno bene?"
La figlia agita la mano: topazi e smeraldi del fratello brillano come lampadine.
"Belli..." Anche il marine vuole un giudizio. Gli anellini della ragazza gli riempiono il mignolo. "Stai bene anche tu".
L'orecchino pende dalla divisa del centurione. Sembra una medaglia. Ridono.
Ma sussurri di meraviglia si alzano davanti alla veranda. Una fila di anatre dondola in giardino. Un attimo, proprio un attimo e da ogni piatto parte un fotografo. Armeggiano, lampeggiano con l'ostinazione di chi insegue un amore. La ragazza torna al tavolo soddisfatta. "Tutto il rotolo. Com'è bella la natura!"
Gli americani hanno pianificato l'esodo di massa quando le nostre abitudini si fermavano ai treni popolari di Mussolini. Arrivati alla quarta generazione week end, documentano ogni battuta dello svago con pignoleria giapponese. Dalla polaroid alla telecamera mignon, la memoria di celluloide non perdona. Mezz'ora di aereo al largo di Miami, le Bahamas.
Altra spiaggia, altro mare, stessa nevrosi da cinepresa. Macchine invisibili, flash che illuminano luoghi dal fascino impensato. Lei fotografa lui che consegna le valigie all'aeroporto. Lui fotografa lei che attraversa il metaldetector. Ogni passo diventa un documento da staccare e conservare. In piscina o mentre impugnano l'ananas della prima colazione. L'unico desiderio è divorare l'esotismo rappresentato in un solo modo: la quantità. Tutto deve essere tanto.
Filosofia che a Nassau si trasforma in religione e accompagna ogni relax. Al bureau dell'albergo, assieme alla chiave, l'impiegato (viene da Haiti), enorme dentro i bragoni coloniali, mi consegna un libriccino arcobaleno. Titolo dell'opera: Gratis. E' solo l'elenco degli "incredibili regali" che l'albergo dispensa ai visitatori. Cominciamo dalla lettera "e" .
"e" come elevator, ascensore. L'ascensore è gratis, annuncia senza sottintesi il libretto. Gratis la piscina, gratis gli asciugamani per i bagni in mare, gratis l'aperitivo di benvenuto, gratis il primo giorno di lezione di abbronzatura.
C'è un giovanotto che somiglia ad Harry Belafonte, voce da sergente, mani imperiose. Il suo inglese conserva morbidezze spagnole: scopro che è scappato da Santo Domingo. Ai suoi piedi quaranta pallide vecchiette (numero chiuso), distese sulla sabbia di corallo, gli ubbidiscono con un filo di spavento. Le fa ruotare lentamente come capre allo spiedo. Sgrida chi accelera, ma ogni dieci minuti concede l'intervallo. "Ungersi" , ordina con l'autorità di un dentista che fa risciacquare la bocca dopo il trapano. 
"E adesso tutti al mare", la lezione è finita, le allieve più disciplinate vanno a chiedere consiglio. "Dopo un lungo giorno di sole 'ti' meriti il nostro favoloso long drink al caffé Esmeralda", esorta l'ultima pagina del libro dei regali. "Gratuitamente Juan Antonio Garçia Palacios, il più affascinante disc-jockey dell'isola, farà in modo che tu possa ascoltare le canzoni più romantiche della disc-music". Eccoli in fila, bruciati dalla lezione di abbronzatura ma non rassegnati a perdere l'ultima felicità.
Questa volta non resisto: voglio guardare in faccia uno dei mitici dispensatori di canzoni della tradizione americana. Scivolo nella stanzetta del disc-jockey. Voglio capire quanti anni ha il meraviglioso Juan Antonio Garçia Palacios. Me ne sono fatto un'idea dal mortorio delle nenie da ballo, anni Cinquanta: lento fra due guerre, Corea e Vietnam. Uno charmeur di una certa età scappato dalla Colombia in cerca di fortuna.
Ancora una sorpresa entro e non vedo nessun don Giovanni. Solo un ragazzo coreano incantato davanti ai cartoni giapponesi della TV. Non ascolta la musica; mangia riso e gamberi.
Con la bocca piena, ogni tanto gira il nastro.

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