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Topolino non abita più qui

di Pietro Banas su Smemoranda 1995 - Con il cuore e con la mente

Sam, a Charleston, odia gli ospizi per senzatetto ma vi entra e ne esce da cinque anni. Sam, 43 anni, ogni mattina va a caccia di un lavoro; ha un diploma in biologia ma chi potrebbe assumerlo è riluttante a farlo perché Sam è un alcolizzato e un depresso cronico, e ha il diabete. Nessuno dei sogni di Sam sembra mai avverarsi e lui non capisce perché. 
Brenda, a Los Angeles, è malata di mente, vive su una coperta e si protegge dalle intemperie con scatole di cartone. Si rifiuta di farsi curare ed è pressoché impossibile farle riempire anche il più semplice dei moduli. Riceve i tagliandi delle tessere annonarie, poi si lamenta che glieli hanno rubati. Non vuole far domanda per ottenere una camera in uno degli alberghi riservati ai senzatetto.
Roger, a Minneapolis, è un pellerossa che sopravvive con madre, padre e una sorella minore grazie a un programma di assistenza nel Minnesota settentrionale. Roger non è arrivato alla scuola media superiore, alcol e stupefacenti ne hanno segnato l'adolescenza, e di recente gli è stato detto che è schizofrenico. Roger non riesce a conservare un lavoro fisso. Il suo maggior successo professionale: muratore part-time, 20 ore alla settimana. Gli sarebbe utile la patente di guida, ma non è ancora riuscito a ottenerla.
Accanto alle storie di Sam, Brenda e Roger potrei raccontare quelle spruzzate di speranza di Mr. J a Chicago e di Linda e dei suoi tre bambini a Louisville (le donne sembrano più coraggiose ed efficaci quando si tratta di tirarsi fuori dalla merda), ma non me la sento di essere obiettivo ed equilibrato su fame e miseria.
Categoria senzatetto, circa sette milioni di americani. Le storie in nero superano abbondantemente quelle in rosa, in questo paese dove i ricchi diventano più ricchi, mentre i poveri si limitano a diventare più vecchi. Per un privilegiato come me, stipendio-famiglia-casa-tutto-bene-grazie, è alto il rischio di far parte dell'esercito degli "I'm concerned, therefore I am" (Ci penso, dunque sono) descritti dal comico Eric Bogosian nel suo ultimo spettacolo "Piantando chiodi nel pavimento con la fronte".
Faccio l'elemosina nella metropolitana anche se è proibito; il 4 marzo, giorno in cui ricorre l'anniversario della morte di mio padre, do due monete di un quarto di dollaro a tutti quelli che me lo chiedono; il giorno di Thanksgiving vado alla Bowery Mission e consegno le monetine da uno, cinque, dieci cents che ho accumulato durante l'anno; mi indigno all'ondata di rigetto della media borghesia nei confronti degli homeless, alimentata dal profondamente reazionario "Wall Street Journal" e che cresce in rapporto diretto con l'aumento del loro numero; litigo con quelli che brontolano che-vadano-a-lavorare-o-vadano-in-galera-quei-barboni.
Dei 5 mila e passa newyorkesi che vivono sotto i marciapiedi di Manhattan fino a profondità equivalenti a un palazzo di 18 piani, so soltanto quello; che ho letto nel bellissimo "The Mole People" (La gente talpa) di Jennifer Toth, ma seguo con attenzione quello che succede ai senzatetto di superficie, che a New York sono almeno 100 mila. Ho visto come gestisce i 3200 appartamenti che gli fanno capo il Department of Housing Preservation, e ho capito perché tanti poveri non vogliono nemmeno sentirne parlare. Sono passato al Sunshine Hotel dove Joseph Tartaglia ha accoltellato a morte Antonio Gonzales per derubarlo di un niente e ho assistito alla chiusura del Kenmore Hotel, un alveare per spacciatori e consumatori di crack soprannominato l'Albergo Inferno, a un tiro di sasso da dove abito.
Mi si è rivoltato lo stomaco quando è cominciata la commercializzazione dei senzatetto con la "outsider art", che è andata ad aggiungersi alla "folk", "naive", "primitiva", "autodidatta": dipingi e scolpisci, homeless, e passami una commissione del 50 per cento sul venduto. Spesso ho trovato dignità e senso dell'umorismo, nei miei contatti con i senzatetto. Perché le tracce del mito del vagabondo per scelta con il cielo che gli fa da soffitto blu stellato, l'ultimo hobo si è dissolto nel silenzio del suo treno merci.
Mentre scrivo, nessun distributore, in Italia, ha ancora comprato l'unico film sugli homeless che valga la pena di vedere: "The Saint of Fort Washington", con Matt Dillon e Danny Glover.
Nonostante la fama dei due attori, nella sala cinematografica eravamo in tre, un sabato pomeriggio. I poveri sono invisibili, dunque improponibili.
Se però capitate a New York, fate come ho fatto io dopo aver visto il film. Andate al Manhattan Bridge, al confine di Chinatown, dove Matthew e Jerry pulivano i parabrezza e dove fino a pochi mesi fa c'era la più grande baraccopoli di Manhattan; bevete una birra nell'oscurità un po' unta di Blarney Stone Bar & Restaurant, a due passi dal Madison Square Garden e dalla Penn Station, su 8th Avenue tra 31st e 30th Street; da Penn Station prendete l'autobus M4 e scendete in Fort Washington Avenue, all'altezza della 170th Street, e date uno sguardo alla Fort Washington Armory, un ex deposito di armi e munizioni trasformato prima in palestra e poi in gigantesco ricovero per gli homeless dove su brande disposte in file infinite ogni notte 700 uomini (che diventano 1200 quando fa molto freddo) dormono, si derubano, si accoltellano, si uccidono.
Poi, in tassì ad attraversare il Bronx, Pelham Bay Park, fino a City Island dove prenderete il traghetto per Hart Island. Qui si trova il cimitero dei poverissimi, qui vengono sotterrati i corpi che nessuno reclama. Oltre 2mila all'anno, in buche che possono contenere fino a 150 casse di pino, scavate dai galeotti di Rikers Island. 
Da Manhattan Bridge a Hart Island, immagini e storie che non appaiono sulle riviste di viaggio patinate dove New York è tutta scintillante, di charme e soprattutto bianca. Dopo il mio viaggio, sulla linea 3 del metrò ho letto le 8 righe di un poesia di Hughes Langstone, una figura centrale di quel periodo di splendore culturale nero che fu Harlem Renaissance, negli anni Venti: "Sometimes a crumb falls/ From the tables of joy/ Sometimes a bone is flung/ To some people love is given/ To others/ Only heaven" (Qualche volta una briciola cade/ dalla tavola dei fortunati/ Qualche volta viene lanciato un osso/ Alcuni ricevono in sorte amore/ Altri solo il paradiso).
La poesia si intitola "Luck", fortuna. E' una delle tante scelte da Neil Neches dell'Azienda trasporti per il suo programma "Poesia in movimento".
Quando voi verrete a New York, sulle carrozze della Transit Authority "Luck" sarà stata sostituita.
Ma non dimenticata.

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