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Mio padre, un amico

di Gene Gnocchi su Smemoranda 1994 - Amici e nemici

Mio padre non si chiama Aldo. Non si chiama Bruno. Non Giovanni. Mio padre non si chiama Alfredo. Non ha un cappotto marrone. Mio padre non porta i guanti. Non ha un cappotto grigio. Non porta la sciarpa se non d'inverno. Non ha una giacca arancio come gli altri. Non ne possiede nemmeno una celeste. Il nome di mio padre non è nemmeno Ulisse. Sul nome da mettergli erano incerti fra due, poi se ne scelse un terzo, quello del mio bisnonno. Mio padre ha più di cinquant'anni e ha fatto la seconda guerra mondiale sulle montagne vicino a casa. Ma tutto il mondo è paese. Mio padre è il migliore tra tutti i padri da me conosciuti, anche se io non sono a mia volta il migliore tra i figli. Non avendo nome Alessandro, le persone e gli animali non lo chiamano Sandro. Ho visto in foto il padre di mio padre, che si chiamava come me, Eugenio. Mia madre dice che mio padre ha vissuto due volte. Perchè ha avuto una vita intensa. E' come se avesse fatto due volte tutto quello che ha fatto, e ogni volta in modo diverso. E' come se, invece di sei figli, ne avesse fatti dodici. E' come se avesse quattro orecchie. E' come se gli fosse cresciuto il doppio dei capelli che ha. E' come se la sua infelicità e la sua felicità fossero durate quanto l'intera sua vita. Oppure come se, vivendo il doppio degli anni, conoscesse due volte la gente che conosce. O conoscesse anche la gente che non conosce. Il mio fratello più piccolo gli va vicino quando dorme. Mia madre dice che mio padre non ha voglia di far niente. Ma è perchè ha vissuto molto intensamente: due volte. Talvolta telefona l'altra metà dei suoi amici. Non gli telefonano quasi mai quelli che lui vorrebbe. Quelli, li vede passare in piazza. Allora li ferma. Da come li guarda, credo che gli vogliano davvero bene. Passano in bicicletta, oppure, la domenica, a piedi. Molti vengono da Rimale, che è vicino al mio paese. Se passiamo da quelle parti, mio padre mi ferma e mi presenta q questo e a quello. Sono tutti molto vecchi, arrivano al paese a fatica, e ancor più a fatica tornano a casa. Di ciascuno mio padre dice qualcosa di bello, ma lo fa quando ormai me ne sono già andato, così riesco a sentire solo le prime parole. Le altre si perdono in mezzo alla piazza. Di Ercole, questo il suo nome, posso dire cose in successione temporale, oppure parlare dei suoi spostamenti sul terreno, delle sue scarpe. Dell'orlo dei suoi pantaloni. Del suo scarso interesse per i particolari. Mi sembra però, ed è questo il complimento più bello che un figlio possa fare a suo padre, che egli viva tutti i momenti della sua giornata pensando. Così che le sue azioni, discusse e ridiscusse dentro di lui, portano con sè una grande stanchezza. I suoi movimenti, uno più inutile dell'altro, sembrano il compimento di un lunghissimo processo di astrazione. Più volte, al mattino, ho sorpreso mio padre con gli occhi e tutta la faccia da bambino. Con ancora tutto da imparare. Sta iniziando la sua terza via.

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