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Buono & Nonbuono

di Gino&Michele su Smemoranda 1994 - Amici e nemici

Nonbuono prendeva la penna stilografica, toglieva il cappuccio, la teneva con la mano a pochi centimetri dalla gota destra di Buono, che stava seduto nel banco davanti, senza che lui se ne accorgesse. Poi con l’altra mano picchiettava sulla spalla destra di Buono e lo chiamava simulando una certa ansia: “Buono!” Buono si girava di scatto sul lato della penna. 
Il pennino gli si conficcava due millimetri dentro la gota lasciandogli degli orribili tatuaggi a neo.
“Ah!...”, sussurrava Buono, ma era soltanto un sussurro perché Buono era buono e non voleva far mettere una nota sul diario del suo amico Nonbuono. 
Così tutti i giorni per 300 giorni, due volte al giorno: 600 piccoli tatuaggi nero-brillante, blu, rossi.
Però Buono continuava a essere fermamente convinto che Buono e Nonbuono erano amici. Non poteva essere che così: erano cresciuti insieme fino dai tempi delle elementari. Un giorno, a sette anni, Nonbuono chiuse Buono nell’armadietto dei cappotti. Col lucchetto. Erano le 8.20. Buono aveva una tremenda paura del buio. Lo fa per farmela passare – pensava Buono – perché Nonbuono è mio amico e vuole che diventi grande in fretta. Quella volta Buono si fece la pipì addosso per la paura e passò cinque ore al buio in quel disastro.
La maestra disse: “Dov'è Buono?” Nonbuono disse: “E' a casa malato”. La maestra disse: “Bene, due! Gli do due perché è stato a casa e sapeva benissimo che doveva essere interrogato”. Però Buono il giorno dopo era contento perché Nonbuono gli aveva firmato una giustifica finta. Era stato così gentile che Buono, quando fu scoperto e mandato dal direttore, si prese tutte le colpe. E poi come si faceva a essere vendicativi con Nonbuono, Nonbuono che era così altruista da suggerire, quando Buono era interrogato. Solo che – non tutti siamo perfetti Nonbuono suggeriva sbagliato, oppure suggeriva muovendo solo la bocca a caso e quando Buono diceva: “Eh?”, si beccava un altro bel due e veniva rispedito al posto.
Però l’amicizia si rinsalda proprio in quegli attimi difficili, tanto che Buono, che sapeva giocare benissimo a pallone e portava il pallone e faceva giocare gli altri col suo pallone e affittava a sue spese il campo per giocare a pallone, aveva deciso che Nonbuono doveva essere il capitano della squadra, anche se sapeva tirare solo di punta e molto spesso lo faceva nella porta sbagliata. Pazienza – pensava Buono. – La squadra non è solo il risultato di una partita; la squadra è soprattutto lo spogliatoio: che ne sanno gli altri, quelli che non hanno mai giocato a pallone, della complicità e dell’allegria che viene fuori in certi momenti, quando seminudi e stravolti dalla fatica si scherza, si parla del futuro, tra amici? 
Buono era sempre il primo a farsi la doccia; sotto l’acqua commentava, dava i voti ai compagni (tutti belli), si rammaricava per la sua prestazione.
Diceva anche delle cose a Nonbuono, ma Nonbuono non rispondeva. Nonbuono se ne era già uscito, tutto sudato, portandosi via gli slip e i calzoni di Buono.
Niente, in confronto della storia dello zucchero: a Buono piaceva molto il cappuccino con molto zucchero, lo beveva tutte le mattine al bar davanti alla scuola, ai tempi del liceo. Nonbuono gli rubava le zollette dal piattino, ma gliele restituiva, a Buono. Gliele metteva tutte nel serbatoio del motorino. Quelle volte lì Buono non dico si arrabbiasse, però si innervosiva un po’, soprattutto quando il motorino, grippato, s’inchiodava nelle rotaie del tram.
Come quell’altra volta che Nonbuono – erano ormai all’università – chiese a Buono se aveva memoria. “Che scoperta!”, risponde Buono. “Allora dimmi il tuo numero di telefono”, fa Nonbuono. “Cinque-nove-nove-sette-zero-uno-tre-sei-nove”, spara fuori Buono. “Bravo!” – fa Nonbuono – Adesso dimmi il numero del tesserino del tuo Bancomat”. “Sei-sei-due-uno-tre-quattro-zero-uno... sono mica imbecille, vuoi che non lo sappia a memoria?”, si vanta Buono. “Già”, fa Nonbuono. E intanto ruba il tesserino del Bancomat a Buono, fa dieci prelievi da 500.000 per dieci giorni, e con i 5 milioni se ne va a Parigi con la sua fidanzata. Sua nel senso che era quella di Buono.
Quella volta la fidanzata di Buono tornò da Parigi abbastanza rilassata. Col passare dei giorni era sempre abbastanza rilassata, ma un po’ meno.
Arrivò ad essere pochissimo rilassata. “Che bello”, disse Buono alla fidanzata quando lei lo avvertì che era incinta. E festeggiò. E' vero che Buono non era mai stato fortissimo in matematica, ma il fatto che lui e la sua fidanzata non facevano l’amore da 94 giorni (Buono teneva i conti: quelle sei volte in tre anni le aveva segnate tutte) avrebbe dovuto almeno insospettirlo. Quando lei gli disse la verità Buono sorrise: “Sono contento che sia figlio di Nonbuono: è il mio migliore amico”.
Si sposarono e il testimone fu Nonbuono. I tre erano così affiatati davanti al sindaco che non si capiva proprio chi era il testimone e chi era il marito. Buono partì in viaggio di nozze e furono giorni tranquilli (la moglie di Buono era all’ottavo mese). Quando il figlio di Nonbuono nacque dalla moglie di Buono, Buono si commosse moltissimo, lo prese in braccio, lo accarezzò e pianse. 
“Com’è bello! Assomiglia tutto a suo papà! E com’è buono! E' proprio buono! E' squisito...” Lo digerì in sole due ore.

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