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oggi voglio

Cinquantadue anni

di Ivan Della Mea su Smemoranda 1994 - Amici e nemici

A cinquantadue anni mi riscopro con un tot di amici nemici. 
Alcuni freschi, freschissimi. Altri, la maggior parte, di vecchia data, ben stagionati: di questi voglio dire. C'è stato un tempo, il 1968...
formidabile quell'anno come tutti quelli compresi tra il 1967 e il 1969... in cui, tra amore e rivoluzione come direbbe l'Alberoni, ho messo insieme il mio capitale intera-mente versato di amici nemici.
Fu, quella, una stagione di verità, tutte vivamarxvivaleninvivamaotsetung rivoluzionarie, molto gratificanti, proclamate e spesso cantate da uomini e donne del vero dire: di mio, ho cantato e proclamato il mio e l'ho fatto in e per Lotta Continua, quella che doveva intendersi siccome "lotta / lotta di lunga durata / lotta di popolo armata / Lotta Continua sarà!"
Per due anni.
Poi, il dubbio dell'afflusso d'un riflusso che manco fu discusso poiché laddove il potere ha da essere operaio il dubbio è ovvia-mente reazionario.
In quel biennio, all'incirca tra il giurassico e il triassico d'una democrazia italiana ancora a venire, io, di certo io, i leader più o meno carismatici di Lotta Continua li ho vissuti come amici siccome compagni e come compagni siccome amici. Oggi li sento e li vivo come amici nemici.
Oggi, per me, sono persone che, a vista, d'acchito, mi richiamano l'affetto di un tempo; poi, come li sento parlare con quel loro dire sempre così lucido e intelligente, così logico, così normale... della normalità extranormale che è normale soltanto per quelli che hanno frequentato la Scuola Normale di Pisa che è una università più normale di quella normale e quindi "più"... e così acrobatici nel volteggiare tra periodi sintattici e storici e sociologico-filosofici, mi danno l'idea di quelli che in ogni caso, sempre e comunque, sono caduti cascano e cadranno in piedi dopo settantasette salti mortali anche tripli anche carpiati: questo mi fa incazzare, me li fa sentire nemici, perché io invece sono uno di quelli che quando cade tonfa, di brutto, come un povero Cristo, come tutti i poveri cristi che si acciaccano e si sbucciano.
In questo senso, per giusto dire, non si trattò soltanto di leaders; molti sono stati gli ex compagni di Lotta Continua che ho vissuto come amici - nel Sessantotto e dintorni era quasi ovvio essere compagnamici e forse questo è stato il valore aggiunto più bello e più importante per chi ha vissuto compagno tra i compagni e quindi amico tra amici quella stagione - e non poche le teste fini, parlantina sciolta, buona ottima cultura laureata normalmente e Normal-mente: chi poco prima chi dopo... pochissimo dopo il '76... tutti loro hanno capito tutto, e senza preoccuparsi né poco né tanto di far capire il loro personalissimo "tutto" ai giovani, spesso giovanissimi, militanti lottacontinuisti, si sono staccati dalla loro "base" lasciandola in molti, troppi casi, nella splendida alternativa tra la pera e la P38 e la solitudine non di rado disperata del riflusso; e loro, forti della nuova onnicomprensione si sono riciclati come tuttologi demoplutopippopaperinisti, garantisti carneval-carnascialeschi, conduttori televisivi, consulenti di ministri, giornalisti, caporedattori e direttori di giornali, dirigenti solitamente d'ottimo livello e pari lira: senza discontinuità perché, a sentirli, pare che tutto questo iter sia stato e sia il massimo della coerenza: idiota io che non l'ho mai capito, non allora, non ieri, non ora. Non. Ancora.
Messa così, mi rendo conto, parrebbero un po' delle miserie d'uomo: e per me lo sono.
Pure, quando mi capita d'incontrarne qualcuno mi riacchiappa l'amicizia d'un tempo per la catena di quell'affetto che ci fu, grande; ma quando penso, un secondo dopo, a quello che oggi sono, li so nemici. E quando, come ogni tanto mi accade - dopo esserci abbracciati, dopo aver celebrato il rito del ricordo, dopo esserci promessi frequentazioni più assidue mentendoci vicendevolmente perché per entrambi è chiaro che nulla più abbiamo a spartire non foss'altro che per il fatto che lui oplà è lì bello lustro e ben sistemato e troppo giusto mentre io sono un bozzo unico e pieno di lividi; e dopo questo fescennino che non ha dignità di storia e che è soltanto un patema della memoria - lui mi piglia sottobraccio e mi dice - con quella sua voce che ha i toni della verità, la sua beninteso, quella buona per la rivoluzione di ieri e la restaurazione di oggi -... "guarda che io sono sempre dalla parte giusta della barricata", allora io ho la coscienza precisa che quella grandissima miseria d'uomo è un grandissimo amico nemico.
Sì, oggi, a cinquantadue anni, nel rosso e personalissimo Graal, ho un capitale interamente versato di amici nemici: me lo sono costruito nel tempo lungo del mio fare politico e sociale. E ancora me lo costruisco: mi riesce facile, doloroso anche, ma facile.
Forse, a ben vedere, ho più amici nemici che non amici amici. Questo mi pare del tutto normale, un ovvio ululante quasi, soprattutto quando scopro, sempre a cinquantadue anni, che l'amico nemico ce l'ho dentro, nella testa, per il bene e per il male che mi voglio.
E che proprio non posso farne a meno: perché è il mio migliore amico e perché è il mio peggior nemico.

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