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Gigio e Cesare

di Lia Celi su Smemoranda 1994 - Amici e nemici

Vi ricordate di Gigio Cabassa? No? 
Provate a frugare in fondo allo scaffale più impervio della vostra libreria, e ci troverete un libro regalatovi qualche anno fa da una persona che non vi stimava e di cui poco dopo avete scoperto la viscida malafede. Si tratta quasi sicuramente di un best-seller comico di Gigio Cabassa.
La foto sul retro vi dice qualcosa... ecco ci siete.
Ma sì, non era un cabarettista che andava per la maggiore in tivù? Siete matti: Gigio Cabassa era una celebrità, una star assoluta! 
Piaceva a tutti: aveva vinto tanti Telegatti che ormai li usava come fermaporte. Le sue battute, raccolte in volumi con la copertina rigida (venti sacchi come minimo), arrivavano in libreria in tempo per feste in cui si è più buoni, con titoli come Gigissimo, Il Gigio d'Italia, Le ultimissime di Gigio, Il mondo è Gigio il mondo è Blu.
Ebbene, il successo di Gigio Cabassa aveva un nome: Cesare Ghirbaudo. Era lui l'autore di tutti i suoi testi. Il pubblico non lo sapeva. E neanche Cesare Ghirbaudo. 
Amico di vecchia data di Gigio, studioso di filosofia - lavorava da anni a un commento dell'Ethica more geometrico demonstrata di Spinoza - Cesare aveva ricevuto dal Fato un dono terribile: un senso dell'umorismo da prima elementare. Al confronto Macario sembrava Karl Kraus.
Una debolezza non rara nelle persone di genio, ma che gli era costata una brillante carriera accademica: i colleghi lo evitavano da quando aveva citato "Il baco del calo del malo - il beco del chelo del melo - il bico del chilo del milo" in un saggio intitolato Attualità di Heidegger.
Quando Gigio (ancora sconosciuto ma già dotato di una promettente bassezza) campava di un trito repertorio a base di tasse, corna e travestiti nei più sordidi night della pianura, si concedeva ogni tanto una visita alla topaia dove abitava Cesare. Sopportava anche le sue barzellette cretine, pur di vedere l'ex secchione del suo liceo condannato a una vita oscura e grama mentre lui, Gigio Cabassa!, era richiesto al Papagayo Club di Offelle Di Sopra per animare il Ballo dei Portantini. Ma una sera accadde qualcosa che trasformò la sua vita.
Colpa del nuovo barista del Caramba di Piovaretta, una tale frana che gli avventori, a mezzanotte passata, erano ancora abbastanza sobri da sentire chiaramente le dozzinali trovate di Gigio. Sotto una pioggia di noccioli di olive e di lattine vuote, preso dal panico, gli venne da sparare una terribile battuta che Cesare gli aveva detto pochi giorni prima: "Cos'è che scappa anche ai carabinieri? La cacca" 
Sarà stata la voce tremante o il fatto che quella barzelletta risvegliava il briciolo di ingenuità sepolto anche nelle coscienze più nere, ma l'incredibile avvenne. Quel pubblico di contrabbandieri, entreneuses e rappresentanti, preso alla sprovvista, rise fino alle lacrime, e implorò "Ancora, ancora".
E "ancora" fu, quella e molte altre sere: Gigio sciorinava tutti gli spaventosi calembour di Cesare da "Il pensiero di Mao: bao" a "Dottore, mi fanno male identi! - E allora perché tiene le mani sullo stomaco?- Il fatto è che mi sono ingoiato la dentiera" E la gente lo adorava. Nel giro di un anno Gigio era famosissimo: le battute innocenti di Cesare diventavano irresistibili, quando a dirle era uno che ti sarebbe piaciuto investire con un trattore.
La critica andava in visibilio: "Che freschezza! Che intelligente candore! Cabassa attinge alla fonte primigenia del comico!"
L'ignara fonte primigenia, il professore, si vedeva piombare a casa l'amico sempre più spesso, a ore sempre più strane, a bordo di macchine sempre più lunghe: "Presto, stronzo, parla!" sibilava accendendo il registratore. "Va bene, Gigino, calmati. Non toglierti il cappotto, sai, oggi mi hanno staccato il riscaldamento. Vuoi un cordiale? A proposito, sai chi la dà a bere anche al più furbo? Il barista!"
E via così: in un paio d'ore il monologo per Ullalàl, lo show del sabato sera, era bell'e fatto, e Gigio si sentiva già in mano le chiavi di una nuova Ferrari Cornuda Triturbo. Cesare non ne sapeva nulla: viveva fuori dal mondo. Non leggeva i giornali. Non aveva nemmeno il televisore, e, se l'avesse avuto, forse si sarebbe dimenticato di accenderlo.
Come poteva venirgli in mente di pretendere cose tipo i diritti d'autore? E poi, cosa se ne sarebbe fatto dei soldi? Ville, macchine, donne, non erano roba per lui.
Chissà, magari sarebbe stato carino pagargli le bollette del riscaldamento. Sì: Gigio l'avrebbe fatto domattina. Ma no, ormai si era a metà febbraio, la primavera era lì.
Tanto valeva aspettare novembre, no?
No. Vedete, Gigio Cabassa si schiantò contro un muro con la sua Ferrari Cornuda Triturbo, in un'alba nebbiosa, mentre raggiungeva gli studi della TV. Voi sarete contenti, immagino. Cesare invece fu triste, e rimpianse a lungo le visite dell'amico, unica distrazione nella sua operosa solitudine. I saggi - ma devono essere proprio saggi - non sono molto svegli.
Il commento di Cesare Ghirbaudo all'Ethica di Spinoza oggi è un classico della filosofia. Se ve ne capita in mano una copia, andate a pagina 4. C'è una dedica: Al compianto amico Luigi Cabassa.
Ci voleva un grande cuore per sopportare le mie battute.

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