I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

La ragazza di Haiti

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1994 - Amici e nemici

In fondo alla discesa, dopo la curva che precipita nella piazza della colonia, il palazzo del Presidente è bianco come la torta di un matrimonio. Si va al mare attraverso il mercato. 
Passa una Toyota rossa.
Sposta con pazienza la gente. Un soldato con la mitraglia sembra un gatto. Osserva le facce di chi compra e di chi vende dal tetto dell'auto.
Appoggia la schiena alla schiena del compagno che gli protegge le spalle. Gli occhi sono un lampo sotto l'elmetto. Non ho mai visto una libreria che finge d'essere una banca. La guardia apre la porta e subito la chiude.
Lascia fuori il caldo che il soffio dei condizionatori schiaccia contro i vetri. Devo scegliere un libro nel banco di fronte alla cassa. 
L'appuntamento è lì. Cercare un libro di storia coloniale, cercarlo con pazienza.
"Arrangiati, potrei tardare..." I commessi guardano un altro poliziotto che mi guarda. "Histoire de la révolution haitienne?" Tre volumi marroncini.
"No", rispondo, dopo averli sfogliati con una lentezza da far venir sonno. "Non sono questi." 
Altri libri, copertina rosa, carta che impasta le parole. Mani impazienti dei commessi. Il poliziotto si distrae. Attraversa la stanza facendo dondolare lo sfollagente. Adesso parla con la guardia della porta. L'orologio sopra la cassa dice che mezzogiorno è passato da pochi minuti. Cinque commessi, due ragazze, tre poliziotti. Magari non viene.
Un altro appuntamento perduto. Bisogna cercare nuovi libri per allungare l'attesa. Chiedo di vedere Haiti à l'aube du changement. Il commesso si distrae; i suoi occhi inseguono i poliziotti lontani, ma nel raccogliere i volumi dalla copertina rosa risponde sottovoce: "Non lo troverà in nessun posto di Port au Prince. E' proibito..."
Deve essere il sole, forse la paura di perdere ancora un incontro, a farmi dire cose che non bisogna sapere. Un libro dei giorni di Père Aristide, il prete presidente rovesciato dal golpe dei colonnelli...
Mi viene in mente che gli uomini dalle scarpe lucide e la divisa azzurra dondolano fra le scansie per ascoltare questo tipo di domande.
"Parla spagnolo?" La ragazza sorride. "La storia più bella degli schiavi che si ribellano ai conquistadores dell'isola, l'ha scritta Carlos Esteban Deive. Insegna a santo Domingo: Los guerrileros negros. Forse è finito, ma la biblioteca può prestarglielo. Se la trova aperta." 
Ecco, è arrivata. Come in sogno parliamo di schiavi. Il commesso si arrampica su uno scaffale lontano; i poliziotti ridono per ciò che succede di là dai vetri. "In quale albergo?" Sta segnando col dito la pagina del libro come per spiegarmi qualcosa. 
Avrà vent'anni. La ragazza più nera che mai abbia incontrato. " La Crèole." "Alle sei, stasera."
Sfiora il poliziotto e va senza voltarsi.
Della ragazza conservo una fotografia che fa parte di un altro gioco sulla terrazza de La Crèole. E' vestita di giallo, pettini rossi si aggrappano ai capelli. Sorride sempre. "Non parlare sottovoce. Devi sembrare spiritoso come uno che fa la corte. I turisti si comportano così." Se recito, recito male. Sono venuto per raccontare cosa succede ad Haiti dopo sei mesi di embargo.
Ambasciate chiuse, aerei che non arrivano. Non attraccano navi se non petroliere pirata. Ho lasciato Santo Domingo con un aeroplanino dal pilota senza parole. Non si è mai girato per dire: come va? Un solo compagno di viaggio e colombiano. Guardavo le sue valige. 
"Speriamo bene." Il narcotraffico usa questo isolamento per moltiplicare i santuari sulla strada della Florida. A chi domando aiuto se nelle valige c'è qualcosa? Ma all'aereoporto il mio compagno se ne è andato accolto da una macchina con un passato di limousine invecchiata male.
I doganieri non lo hanno visto: stavano ripassando le carte del mio bagaglio con l'indolenza di chi deve occupare in qualche modo le ore vuote del pomeriggio.
Essere chiuso ad Haiti è come trovarsi in una bottiglia sigillata alla deriva. Dentro non si riesce a capire se il mondo di fuori si accorge del dramma che lo strangola. Le statistiche risalgono a prima des évents come ripetono sfumando la violenza nel francese cantato della borghesia creola. Si diventa borghesi appena il colore impallidisce. Perché se in ogni altra parte del mondo si è subito neri per una goccia di sangue non bianco, qui si è subito bianchi per una goccia di sangue diverso da quello degli schiavi passati dalla colonia all'interminabile dittatura della famiglia Duvalier. Che adesso continua.
I boiardi di Papa Doc, i compagni cresciuti con Baby Doc, figlio ed erede del potere in una strana repubblica di famiglia; questi signori, hanno ricominciato a comandare. Sono tornati i tonton macoute : con gli occhiali neri hanno anticipato vent'anni fa le squadre della morte di ogni America Latina. Le statistiche di "prima" ricordano un ultimatum. Talmente catastrofiche da sembrare inventate a due ore dai grattacieli di Miami. Haiti era il penultimo paese del mondo prima del Bangladesh.
L'ottanta per cento della gente è senza luce; il novanta non sa leggere. Sette mesi di embargo, chissà come sono i numeri. Le strade di Port au Prince non sembrano strade. Buche e rigagnoli fin sotto i palazzi. Trappole per automobili che camminano col passo di un funerale. Le immondizie si sciolgono al sole. Case che sono lamiere con sotto qualcosa: cartoni, pezzi di legno. Sto parlando delle case di Port au Prince, non le case della città bianca. Pientoville domina questo disastro nell'aria fresca della montagna che sale ancora: ambasciate e ville California. Cominciano i mesi della pioggia ma gli scrosci non bastano.
L'odore s'infila insopportabile dal finestrino sbarrato. L'albergo è vuoto. Strani americani attorno alla piscina, radio agganciata alla cintura. Ogni tanto qualcuno chiama e chi è chiamato si perde in giardino. Risponde nella penombra dietro le piante del fuoco che l'autunno fiorisce. Due ragazze nuotano. Gli uomini-radio si inginocchiano col bicchiere in mano. Cercano l'aggancio. "Cosa fate ad Haiti?" Che disastro, penso. Le ragazze continuano a nuotare come robot. Rispondono: "Affari."
Fiato grosso. "Affari ad Haiti? Dai, ho capito..." "Ti dispiace d'aver capito?" La più robusta appoggia il gomito alla scaletta. "Dammi da bere." 
Nuvole grige. Luci sulla montagna. Port au Prince sepolta nella nebbia bollente. Da sotto le bouganville salgono grida, risate; cani che abbaiano. Un tamburo, le chitarre, voci lontane stanno cantando. Sembra un delirio ma fuori è una sera felice. La fantasia contadina disfà nella notte l'ossequio del giorno, tanto le scarpe militari se devono arrivare arrivano lo stesso.
"Non parlare così, ci guardano." Fa la predica come una madre, potrebbe essere mia figlia. Per lei questa tensione è la normalità. Sa che i camerieri devono il posto alla polizia. Che gli americani coltivano affari ambigui in amicizia con i colonnelli del golpe. E' cresciuta nella paura e l'ha razionalizzata con la grazia di chi ha studiato a Parigi. Ma io vengo da città morbide e l'insicurezza di questo posto a poco a poco diventa insopportabile.
Non sono abituato al sotterfugio. Le nostre camere oscure restano sepolte in archivi inaccessibili nutrendo l'illusione di una vita normale. La storia di Haiti non ha conosciuto questa sfumatura. Penso a quando la ragazza se ne andrà sui taxi senza targa che aspettano clienti mai soli.
Non prendo appunti. Dovrò ricapitolare più tardi nella stanza dove hanno strappato la catena di sicurezza. Mi ha passato un foglio con nomi e numeri. "Chiama domani. Sanno che li chiami. Ma cambia albergo. Non mi piace la gente che abita qui."
Le chiedo di telefonarmi quando arriva a casa. "Perché?" La mia apprensione la diverte. Mi telefona. "Vuoi il vero numero?" "E il numero di ieri?" "E' un ufficio, vale di giorno. Meglio non far sapere dove andiamo a dormire." "Ti fidi a dirlo al telefono..." Questa volta la risata è più lunga. "Sono talmente sgangherati da non poter organizzare niente. Per fortuna Haiti è un colabrodo. Se sapessero controllare i telefoni, resterebbero per sempre."
Devo abbassare la TV, c'è una partita di hockey su ghiaccio giocata in Canada due anni prima. Ritagli di programmi che gli aiuti al terzo mondo scaricano nella pattumiera del Caribe. Ma alle undici, buona notte. I fondi di magazzino sono finiti.
"A tutti gli spettatori un felice week-end."

Advertisement