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La notte del 31 Dicembre

di Annamaria Testa su Smemoranda 1993 - La notte

Calava la sera dell'ultimo giorno dell'anno, e le parole del dizionario erano in grande agitazione. Nei giorni precedenti si erano combinate e ricombinate in frasi sonore, che erano diventate discorsi meravigliosi, dichiarazioni d'affetto, auspici per un futuro bello come nessun presente è mai stato. E mentre le prime ombre della notte scendevano sulla città sembrava che anche le parole più stravaganti, dopo essersi date molto da fare, fossero finalmente riuscite a trovare una lusinghiera collocazione, un palcoscenico festoso. 
Raddurre si era accomodata nell'angolo del discorso di un ministro, e faceva la sua figura. Raccenciare era scivolata alla fine della relazione di un direttore di marketing che aveva la nonna toscana. Edenico era stata adottata da un semiologo poetico, giusdicente da un giornalista polemista, e inconcusso da un domenicano dannunziano. Così ben prima della mezzanotte se n'erano già tutte andate fuori, parole pesanti e leggere, grasse e magre, ognuna vestita dei suoi abiti migliori.
Millenovecentonovantatre se ne stava sulla soglia, a ritoccarsi il trucco e a darsi un sacco di arie, pregustando un'uscita trionfale.
Acquattata dentro il dizionario era rimasta solo qualche parolaccia misantropa e qualche termine tecnico, così sofisticato da ritenere disdicevole il fatto di unirsi alla festa. E però tra le prime pagine c'era anche una cosina di tre lettere, tutta sola, lasciata lì forse perché era straniera, forse perché non era una parola vera e propria ma soltanto, come diceva la definizione, un intercalare tipico dei pellerossa. E verso le ultime pagine c'era un'altra extracomunitaria, araba, abbandonata anche se era molto graziosa: e infatti la sua definizione diceva donna graziosa e compiacente (dalla parola araba al-hur, le fanciulle dagli occhi neri).
"C'è nessuno, laggiù?" gridò Aug, l'intercalare indiano, nel gran vuoto sonoro del dizionario.
"Ci sono ancora io, ma me ne stavo quasi andando a dormire" sussurrò Urì, la parola araba dagli occhi neri.
"Dai, usciamo insieme. Magari se non ci facciamo troppo notare ci lasciano partecipare alla festa" disse Aug.
"D'accordo. Ma aspetta solo un momento, che mi levo il berretto da notte" rispose Urì. Si tolse l'accento, e lo lasciò sul comodino.
Quando Aug-uri uscirono dalle pagine tenendosi per mano, in punta di piedi, furono salutate da un applauso gigantesco, e da mille voci che dicevano "finalmente, evviva, proprio voi stavamo aspettando".
Era successo che l'augurio singolare, quello classico del dizionario, se l'era preso un miliardario giapponese, in esclusiva, da appendere in salotto fra un Van Gogh e un Renoir. Ma adesso, finalmente, c'erano auguri per tutti, e avevano la voce profonda e gli occhi neri, e ballavano una strana danza, metà araba metà indiana, mentre suonavano i primi tocchi delle campane di mezzanotte.

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