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Fuori Orario (la notte che bloccarono Samarcanda)

di Enrico Ghezzi su Smemoranda 1993 - La notte

Sono le 3,49 (tre e quarantanove) di notte del diciannove (19) marzo 1992. (Anzi, ormai, con pausetta dubitativoriflessiva, le 3,50). 
In questo giorno sangiuseppesco un tempo si correva la Milano-Sanremo (ora spostata al sabato successivo); ora, mi dicono, si sta implacabilmente "chiudendo in tipografia" (che poi è un Macintosh) la vostra agenda, il vostro diario scolastico. 
Non so quindi se stiate leggendo questo pezzetto, non solo perché probabilmente avrete già interrotto o saltato questa cronologia privata, ma anche perché forse ci sarà un bel bianco vuoto dove potevano esserci queste parole; e il tempo, il mio ritardo, il mio fuoriorario endemico, ha fatto un buon lavoro, perché il bianco è bello, bello come il nero di questa notte qua dentro (anche se fuori c'è una luna piena incantante pronta a incantarsi a bloccarsi a restare così in fermoimmagine per l'eternità; immagino sia solo il plenilunio di primavera; ma giuro che non è per civetteria che ho ritardato la consegna, in questo caso terrei duro fino al 21 marzo per poter scrivere nel giorno in cui notte e giorno hanno esattamente la stessa durata).
La notte si sposta. O almeno, così mi piaceva tradurre, sapendo di inventare e di sbagliare contraffacendo, il titolo di un film che ho amato follemente fin dalla prima volta che lo vidi (era il pomeriggio in cui mi laureai in filosofia; filosofia morale, titolo cinema moralia), Night Moves di Arthur Penn (titolo italiano, Bersaglio di notte), che naturalmente significava "movimenti (spostamenti, mosse), notturni".
La notte ci sposta?
Vuoi per la miracolosa condensazione o dislocazione e anarchia temporale dei sogni, dove in cinque minuti di riaddormentamento alle sette di mattina dopo un'indispensabile minzione e prima della sveglia finale ti capita di vivere una rapida saga attraverso i cinquant'anni di una tua piccola vicenda insieme cosmica e privata, e ti fa ridere l'accelerazione digitale delle immagini (non male però: un film di un'ora e mezza lo puoi ridurre e vedere stravedere in un minuto, senza scrosci e disturbi, addensato in nugoli elettronici che infatti teneramente pateticamente e rossellinianamente Wenders ha tentato di riprodurre e imitare nei sogni altadefinizione di Fino alla fine del mondo).
Vuoi perché la notte ti fa contrarre il mondo o almeno il quartiere la città la regione. In due minuti puoi andare a prendere il giornale attraversando tutta la città, in mezz'ora vai al mare o cambi regione, lo spazio è sgombro, il movimento sembra appartenere solo a te e a pochi altri, puoi tessere le fila di complotti pynchoniani, la rivoluzione alle porte, anche il tempo si contrae, il territorio geografico e quello mentale ti appaiono relativamente sgombri, sopravvoli il mondo, elimini ostacoli logici, hai percezioni chiarissime drogate allucinate con proporzioni insolite, ti è chiara la connessione della tua ragazza con Watergate e quella di Lech Walesa con le doors of perception che invece di maniglie hanno pistole e rose e tutto è una rosa una rosa una rosa e infatti eccolo lì il mondo tutto, e quel Fontenelle non diceva che ogni giardiniere appare eterno alle sue rose?
Poi il mattino dopo, con quella luce bellissima spesso, e non meno allucinato se hai badato a non dormire producendo naturalmente acidi potenti in te (conoscete qualcosa di più drogato della vostra immaginazione, quella che a volte vi fa paura squadernare, che preferite smemorare acquetare, riservare per il cinema, per l'amore, per i sogni o per le gare di nonsense). Ma con quel mondo, proprio quello lì. Dietro quella porta o quella finestra, il solito panorama i due alberi, quasi le stesse macchine posteggiate, laggiù rassicurante la curva, dietro la quale (arrivano pedoni, autobus) è difficile supporre un vuoto un'interruzione nel tessuto del mondo, una pagina bianca.
Provi anche affetto, disperato affetto e disperazione affettuosa per questa continuità ineludibile. Domani è ancora un giorno.
E così, mi sono quasi reso impossibile parlare di Fuoriorario (sono già oltre le due cartelle permesse dai tramisti smemorandi per le sette di domani mattina). Fuoriorario quello dell'88 in diretta da Milano, con Romano Frassa e Tatti Sanguineti, con David Riondino e Linda Brunetta, e Gianni Emilio Simonetti cuoco, e Ferrentino e Cirri, o il carissimo Elvio Fachinelli che per ora si è ingarbugliato nella corda dell'arco ma sta lavorando a invertire la freccia del tempo. E tantissimi ospiti, da Dennis Hopper a Cicciolina (Moana era intanto a Matrjoska di Ricci, c'ero anch'io nella prima puntata travestito da me stesso), e dico Cicciolina perché aprendo le gambe in diretta ce la inibì di lì in poi (la diretta intendo: intervento di Agnes allora direttore generale RAI) e tutto diventò differito e difterico, e forse più bello ma (ancor più) freddo, come se già non bastasse la bellissima scenografia bolidista di Iosa Ghini.
Però era bello rientrando alle 4 sentire il portiere d'albergo: "Cos'erano quelle immagini bellissime, quel Cristo con gli strani colori quell'incendio, che bello..." , una puntata pasquale quasi tutta muta più un filmmaking rubato di Tarkovskij...
Due anni dopo (vent'anni prima, certo), è ripartito un Fuoriorario molto diverso, infatti il sottotitolo dice Cose (mai) viste (a quella parentesi sono molto affezionato).
E' nata per caso, un giovedì due novembre (giorno dei Morti) dell'89, "fuoriradiocorriere" come si dice, senza annunci, perché in rete (Tre) eravamo stufi dei problemi che si aprivano in coda a Samarcanda per le durate ballerine. Da allora non si è mai interrotto, prima settimanale, da ottobre '91 quotidiano, mentre leggete non so. (Mi piace, mi piace e mi sconcerta che voi dobbiate leggere tanto fuoriorario).
Minimale e ambizioso. Cose (mai) viste ma quasi mai pre-viste, a volte ideate o scelte o montate alle undici di sera due ore prima di andare in onda, e magari poi in onda con cinque minuti di ritardo segnati da una scheggia sfumata o da un orologio blu (spesso in quel caso c'è dietro uno di noi che sale di corsa le scale, arriva alla messa in onda, implora che la bobina possa andare in onda senza il mitico controllo tecnico). 
Dobbiamo ancora scontare (prima Letizia Gambino e Mario Sesti, adesso Ciro Giorgini Sergio Grmek Germani, Marco Melani, Roberto Turigliatto) quel ritardo iniziale, quell'improvviso. Per questo, vi facciamo rabbia se una notte, insonni o pervicaci, tradiamo un'attesa vostra di visione con una replica o con una noia eccessiva o con la pigrizia di un montaggio meno elaborato.
Nello stesso tempo, proviamo a informare i giornali, ogni tanto, ora l'uno ora l'altro, ma davvero non sappiamo mai bene fino in fondo quello che faremo, come se volessimo mantenere anche per noi la sorpresa, lo stimolo di un mistero possibile sempre pronto a sortire dalla videoteca di Babele. Come se anche Fuoriorario dovesse "montarsi in diretta" alla Blob, pur lavorando su immagini che ci sono no(t)te da tempo. 
E' questo; anche per noi, l'incertezza della parentesi del (mai) visto, e la sicurezza dolorosa ma viva che i vostri occhi ci folgoreranno ci trafiggeranno ci inceneriranno. 
(Scusate. Finisco, sì. Sono le 4 e 47. Non è solo colpa mia se, per essere modesto, tutti i programmi e le cose intorno a cui ruoto hanno tanto a che fare col tempo. - A cominciare dal cinema invenzione senza futuro. Ma l'amore. Ora vorrei ricominciare, essere chiaro, o almeno esageratamente e totalmente oscuro. O infine, cristallinamente allucinato e stagliato nell'oscurità della notte come certe scene de Il signore di Ballantrae di Stevenson che è il più bel romanzo mai scritto - come altri mille. No, no.
Non ho tempo come disse il grande matematico Galois prima di morire. O anche: non c'è più spazio, come scrisse un altro grande matematico, Fermat, vorrei spiegarvi la dimostrazione del teorema che mi limito a enunciare, ma il margine del libro su cui scrivo è finito, non c'è più spazio, davvero.)

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