I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

C'è sonno e sonno

di Fulvia Serra su Smemoranda 1993 - La notte

Olindo Cappella non era bello. Intelligente sì, questo lo sapeva anche lui. Viveva in una regione ricca, con una popolazione anziana in vertiginoso aumento. 
Il lavoro non mancava. E il suo ingegno - era anche ingegnere con laurea a indirizzo tecnico-economico e tesi su programmazione e sviluppo - non conosceva soste. Aveva legato al suo nome iniziative molteplici.
Una catena di alberghi pii nei vari comuni, una serie di sportelli privilegiati per versamenti su conti correnti intestati a sue società. Tutto questo per accogliere più rapidamente gli anziani bisognosi di asilo e soprattutto di non perdere tempo. Ne avevano così poco, pensava Olindo Cappella con un'ombra di lacrima sugli angoli degli occhi.
Se nessuno ci pensava a questi poveri vecchi, lui lo faceva senza sosta. E poi lui odiava la burocrazia che rallenta, che disturba. Rapidamente la sua carriera subì impulsi generosi.
Venne persino eletto nella regione e occupò la carica di assessore e l'assessorato, che gli venne cucito addosso come un abito di Caraceni, fu quello da cui dipendeva la gestione degli alberghi pii e delle case di riposo e di quelle non di riposo ma di abitazione normale, sempre per bisognosi. Ecco lui, Olindo Cappella, aveva un concetto molto ben preciso: il bisogno è una risorsa inesauribile.
Non era bello Olindo Cappella, ma creava fiducia.
Lui assisteva, fraternizzava, non abbandonava mai i suoi protetti, li accudiva e soprattutto si preoccupava che resistessero, almeno fino alle prossime elezioni. Lui ci teneva a loro, loro lo ricambiavano con una riconoscenza senza limiti. Certo sì, pensavano molti di loro, gli abbiamo dato qualche soldino all'inizio, ma adesso ci siamo sistemati: quell'Olindo è proprio un bravo ragazzo. Oddio, ragazzo, l'età non si riusciva a dargliela. Proprio.
E chi riusciva a guardarlo? Era così brutto, ma così brutto che gli occhi scivolavano via da lui anche se uno aveva l'intenzione di fissarlo.
E il bravo ragazzo di buona azione in buona azione riempiva le sue casse e i suoi floppy disk. Grande passione l'informatica accanto a quella della beneficenza agli anziani (senza tralasciare piccoli favori a loro amici e parenti e via mi voglio sprecare, anche a conoscenti) e accanto alla passione inconfessata per la collezione di nomi di donna che amava rendere eterni dandoli a tante sue piccole società con cui giocava in un Mercante in fiera tutto personalizzato, Olindo coltivava la grande passione del collezionista puro: catalogava, schedava, numerava, elencava ogni nome: anche il più insignificante poteva voler dire un voto, piccino picciò, ma voto. E Olindo Cappella ci teneva a restare assessore in quella regione che grazie a lui aveva dato un impulso alla protezione e all'assistenza agli anziani, loro parenti, amici e conoscenti.
Chi si sarebbe preso cura di tutte quelle Pine e di tutte quelle Marie oltre ai tanti Mari e ai tanti Giovanni?
Lui li conosceva uno a uno e anche il suo floppy disk; lui li andava a trovare uno a uno. Non si dimenticava di loro, mai, e a modo suo li amava. Ma un brutto giorno qualcuno invidioso del suo successo personale, lui così brutto che nessuno osava guardarlo in faccia, qualcuno dicevo cominciò a curarlo e curarlo e curarlo. Ma lui non aveva nulla da nascondere. Tutto era segnato, registrato, catalogato con ordine e pignoleria.
Mario tot, Pina tot tot e con il tot di Giuseppe era nata la Lola s.r.l. società di servizi di Olindo Cappella. Era una sua mania la catalogazione.
Alla sera, quando tornava a casa, anche da lì si sedeva alla scrivania e guardava il suo fedele ordinateur (la debolezza di Olindo; detestava l'inglese e amava in modo sviscerato il francese, la grandeur francese la sentiva vicina al suo spirito eletto) e lo interrogava e lui lo consolava con risposte sempre più preziose. E Olindo si sentiva un re, nel suo piccolo. Questa piccola regione pensava, con un re come me può dormire sonni tranquilli. Ecco, in quei momenti si sentiva fin bello, ma soprattutto buono. E invece era brutto, ma brutto, ma brutto che gli occhi scivolavano via per non guardarlo.
Quando un bel giorno (brutto per Olindo però) la regione si svegliò, si accorse che lui l'aveva saccheggiata in lungo e in largo, che aveva carpito la fiducia (con attaccati tanti bei milioncini) di tutti i suoi protetti. Tutte quelle Pine, tutte quelle Marie e quei Giuseppe e quei Giovanni erano stati alleggeriti di problemi e liquidi fin quasi alla disidratazione. E lui era diventato sì un re, un re di denari. Ma brutto, ma brutto, ma brutto che persino la Polaroid si rifiutò di scattare quando lo misero di profilo col numero sotto.
Anche quando lo girarono di fronte non ci fu verso, non scattò. In fondo a tutto questo, Olindo Cappella non seppe mai di avere originato il detto :"Il sonno della regione genera mostri" altrimenti lo avrebbe inserito nel suo ordinateur. Non gliene diedero il tempo, sarebbe stato per lui e per i suoi floppy un incomparabile fiore all'occhiello.
Quel mariuolo...

Advertisement