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Night, noce, nacht, nuit

di Gianni Mura su Smemoranda 1993 - La notte

La notte è femminile e il giorno è maschile, questo lo capirebbe anche un imbecille ma non si sa mai chi ti legge. Bene così. La giorna e il notto sarebbe peggio. 
La Notte è un quotidiano del pomeriggio e il Giorno è un quotidiano del mattino , chi abita a Milano lo sa meglio degli altri ma non si sa mai chi ti legge. Notte ha quasi sempre cinque lettere. Night. Noche. Nacht.
I soliti francesi, per distinguersi, solo quattro. Nuit. C'è poco da discutere, ha vinto Night.
In italiano night club si dice night club, e anche in spagnolo. Provate a far ridere qualcuno con una vecchia scenetta di Macario che accosta una noce (intesa come frutto: libera nos a mallo) all'orecchio della spalla (intesa come attore di secondario rilievo, ma indispensabile). 
"Senti nulla?" chiedeva Macario. "No", diceva la spalla. 
"Appunto: el silencio de la noche " diceva Macario e tutti ridevano. 
Io ero piccolo e non capivo bene, ma adesso che sono cresciuto vedo che tutti ridono anche alle battute di Sergio Vastano e allora è sicuramente colpa mia.
La notte è favorita sul giorno a livelli linguistici. Notturno evoca, come minimo, una musica di Chopin. Diurno, al massimo, dei cessi. Una canzone diceva che la notte è fatta per amare. E' questione di gusti.
Secondo me la notte è fatta per altre cose: dormire, sognare forse, ma anche leggere (di notte si legge meglio che in treno, specie se non si hanno figli), stare svegli (c'è meno affollamento intorno), innamorarsi nel senso di calcolare il peso di un'assenza, ma sono punti di vista, dipende dal lavoro che uno fa. Se uno ruba le macchine, meglio di notte che di giorno.
Se fa il bagnino a Viserba, meglio di giorno che di notte. Se non fa assolutamente nulla, è uguale.
E' come essere al cinema. Il cinema, come la lingua, privilegia la notte. Sfogliando i sacri testi si trovano titoli con Una notte a... e poi Casablanca, Lisbona, New York, Parigi, Pietroburgo, Rio, il Cairo, vigliacca se ce ne fosse mai una a Monfalcone. Probabilmente la notte non ammette mezze misure.
Anche con gli animali: c'è la notte degli sciacalli, degli squali, dei falchi, dei serpenti, dei mille gatti, del gabbiano, dell'aquila, delle jene, dell'iguana, ma una notte del maiale mai. Posso capire che di notte i maiali stiano a casa loro (con tutte le brutte facce che circolano), ma almeno una notte del cinghiale (un maiale guerrigliero) a qualche regista poteva venire in mente. Non per fare sfoggio di cultura (in redazione c'è qualche libro, è come copiare da un bigino), ma c'è perfino Notte, dopo notte, dopo notte.
Il mostro delle notti di Londra, di Lewis J.Force, Gran Bretagna, 1972. Il titolo fa venire il sospetto che il film sia ambientato di notte, ma occorre precisare che il traduttore italiano ha ecceduto perché il titolo originale era Night after Night, after Night.
E allora di cosa dobbiamo parlare?
Così, alla rinfusa, Notte e nebbia è un film girato a Vigevano da Alain Resnais, Portiere di notte un documentario di Liliana Cavani su Zenga, con la consulenza di Gian Maria Gazzaniga, documentario che uscirà prossimamente (come Zenga), mentre Stille nacht è una tenera filastrocca su come si fa a diventare direttori del Corriere della sera.
Una notizia sulla notte è una nottizia, un notaio nottambulo un nottaio, quelli che puliscono le strade di notte (cfr. Gaber, un lento niente male) notturbini, e anche a loro le strade di notte sembrano più grandi e anche un poco più tristi, come nella canzone di Gaber, e allora gli può capitare di deprimersi o anche nel loro piccolo d'incazzarsi, come le formiche del titolo di un famoso test-seller (un best seller che diventa un test).
Altre cose si potrebbero dire. Che non si può avere la notte piena e la moglie ubriaca, che annotare e annottare, detto da Cossiga, è la stessa cosa, che basta fare un cambio d'iniziale a "notte" per trovare un sacco di suggerimenti alternativi (e questo è solo l'inizio), che Lucio Battisti ha dato emozioni a una generazione che era anche la mia (ma io non ci sono cascato) menandola con la storia di guidare a fari spenti nella notte per capire se è poi tanto difficile morire.
Col sospetto che a questa fontanella si sia abbeverata qualche altra generazione, mi limito a osservare che il problema dell'illuminazione (abbagliante o no) era già stato affrontato da un cantautore sovietico di cui si sono perse le tracce, tale Lenin, nel testo Che fari?
E' una domanda che resta in piedi e non vuole saperne di andare a dormire.
Non sa che per le notti bianche sono giorni neri.

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