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Notte di guerra

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1993 - La notte

Le prime due carte, il sette e il nove di cuori. Guardo la terza: otto di quadri. La quarta, lentamente: la lentezza di chi sta perdendo. Dieci; dieci di cuori. 
Alla quinta arrivo in un salto: jack, proprio di cuori. Lo so che è una sciocchezza ma ho la tentazione della scala reale. Sarebbe la grande rivincita. Se ne parlerebbe fino alla prossima guerra.
Resisto. "Servito." "Servito", anche Franco è a posto. Altro "servito": Ottavio sta bene come noi. 
Edmondo sembra incerto con una carta fra le dita, ma suona il telefono. Rompe il silenzio come la sirena dell'allarme. 
Un allarme vero, non l'esercitazione dell'albergo con la TV giapponese che corre verso la sala da ballo attorno alla piscina, la maschera antigas sulla bocca. 
Fanno segno a tutti: "bisogna infilarla" . Devono documentare la vita dei corrispondenti al fronte.
Ahmed, il traduttore, allunga il telefono a Franco: "E' per te". "Pronto. Sono io. Come vuoi che stia? La situazione si complica. Prova a immaginare. Sto verificando un po' di cose... Ah, bombardano. Perché non lo scrivete lì, con le agenzie. Qui non c'è niente... Capisco, vuoi la firma. Forse hai ragione. Noi ascoltiamo alla frontiera chi scappa da Bagdad, poi sentiamo le radio. Ho un contatto con persone che non posso dire al telefono. Va bene, cinquanta righe. Fra un'ora."
Franco è furibondo. "Full servito, e ricominciano a Bagdad." Copre il microfono con la mano. "Ahmed, quattro tè con i biscotti. Sulla camera di Edmondo." Riparla al telefono: "Adesso leggi le agenzie..."
Ormai i mormoranti stanno scrivendo. Franco è avanti, ha cominciato prima.

Ottavio fatica sempre con le prime righe. Cancella, riscrive: 
Devo dire la verità: ogni tanto ripesco lo stesso attacco.
<"Ne abbiamo visto delle belle, io e lei", mi aveva detto stamattina il colonnello ingegnere Abd al Malik. Ci eravamo incontrati durante l'assedio di Bassora, guerra Iran-Irak. In un rifugio, sotto i Katiuscia di Teheran, avevamo imparato a conoscerci. Un gentiluomo. Lo avevo capito nei racconti scambiati nelle lunghe ore passate mentre i colpi iraniani ci riempivano di polvere gli occhi. E l'ho ritrovato nel campo petrolifero di Al Ben Zhir, stamattina. Un abbraccio virile. Poche parole. "Salam, Tommaso..." , mi aveva detto con gli occhi pieni di emozione. 
E poi ha mormorato in arabo un versetto del Corano. La sua mano si era allargata verso una baracca schiacciata fra i giganti d'acciaio pieni di kerosene.
"Abito sempre in case pericolose. La mia è quella lì."
Sto guardando dalla finestra le fiamme che il raid alleato ha acceso ad Al Ben Zhir. 
"Salam Abdullah..." Sono abituato all'umanità infelice, ai disastri, alle città sgretolate, ma stasera un nodo mi stringe la gola...>
Mi sembra perfetto: la notizia e la commozione. Spero che qualche lettore non ricordi un vecchio pezzo di Beirut dove almeno si vedeva qualcosa. Qui siamo pesci in un acquario buio. 
L'inizio somiglia anche un po' all'abbraccio del presidente Duarte, quella volta in Salvador. Naturalmente là erano parole spagnole. 
"Que tal, amigo..." Ma chi se ne frega.
I lettori hanno la memoria corta, e poi vanno tenuti sul filo, loro, svaccati davanti alla TV e noi in prima linea a conversare con protagonisti che hanno la morte scritta in faccia. 
"Telefono prima io." Edmondo boccheggia. "Ahmed, insomma il tè!" Ma quando Ahmed arriva non è solo. Maria Eletta Montini, il volto femminile della TV in guerra, si accascia col suo peso generoso sulla poltrona. 
"Bella la vita..." , intinge i biscotti. "Vi basta telefonare a Roma per scrivere il pezzo. Stasera ho fatto i soliti salti mortali. Ho dovuto dire..." e la voce si arrotola nell'enfasi ufficiale, "... ho dovuto dire, ascolta ", e comincia a leggere:

Edmondo alza gli occhi. "Le immagini della frontiera dove le hai prese? " "Marcello, il messicano. Ogni sera fa l'asta alle sei, stanza 512. E' d'accordo con un operatore giordano. Se la guerra va avanti chissà quanti milioni."
Maria Eletta Montini scioglie lo scialle che copre le sue immense bellezze. Non sale mai da noi. Vive fuori albergo, una villa con due filippine. Se è venuta, ha un problema. Finalmente se ne libera. 
"Non ne posso più. Da due mesi tiro la carretta: una storia ogni giorno. Mi conoscete: storie modeste, piccole cose un po' montate. Ma adesso comincia il luna park. Sapete chi è arrivata?"
I mormoranti si distraggono dallo schermo blu del computer. " E' arrivata Luana, la nonna di tutte le battaglie. Ecco a voi la grande protagonista. Ti ricordi il Vietnam? Ti ricordi il Nicaragua? Lei con l'elmo. Lei sul carro armato. Prima linea, bombe, torture, i soldati di Saddam che le corrono incontro: 'Luana salvaci tu'. Insomma, cominciano le fregature."
Franco è un ragazzo di Bari al primo scontro armato. "Ma qui non c'è niente ..." "Non c'era niente, carino. Ci sarà, ci sarà. Con l'arrivo della nonna di tutte le battaglie il resto della guerra non conta. Morti, feriti, sciocchezze. Diventa un fatto personale tra lei e Saddam." 
Maria Eletta Montini sembra improvvisamente invecchiata. Scuote la testa: "Come cambia il mestiere! Domani telefono al ministro. Adesso basta. Ho dato troppo. Credo di aver diritto almeno a New York".
Rientra Ahmed con il sorriso paziente. "Sbrigarsi, i taxi aspettano. Stasera ho prenotato all' Imperial Pekino, cucina cantonese. 
Scusa Edmondo, ma le due hostess dell'Air Marocco le mandiamo a prendere dopo. L'aereo è in ritardo." 

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