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L'ultimo whisky

di Nanni Svampa su Smemoranda 1993 - La notte

Chissà perché quando si parla della notte, fra quelli della mia generazione, la si identifica immediatamente con i favolosi anni '60. 
I casi sono due: o le notti erano veramente favolose e quel clima non si è più ripetuto fino ai nostri giorni; o eravamo noi favolosi, se non altro perché avevamo 25 anni.
Chi fa un mestiere come il mio poi, senza la preoccupazione della sveglia al mattino, la notte se la godeva fino in fondo, soprattutto dopo gli spettacoli, fino all'alba e oltre. Mi è capitato spesso di rientrare fra le 8 e le 8.30 col giornale sotto il braccio, incontrare mio padre in portineria, e vedere il suo sguardo illuminarsi nel vedermi finalmente in attività al mattino presto come tutta la gente rispettabile.
Ma andiamo per ordine.
Quando si era in teatro, lo spettacolo aveva quasi il sapore del prologo, prima che la notte andasse in scena. Poi le pulsazioni cominciavano a salire durante la cena con amici e compagni di lavoro: si tirava tardi, e si tirava dentro anche l'oste. Salvo rare eccezioni, come a Trieste, dove si tagliava qualche quadro dello spettacolo e si schizzava via in tempo - saltando la cena - per andare a vedere lo streep-tease integrale al Casinò di Portorose in Jugoslavia (in Italia erano permesse solo le tette).
Ma le notti diventavano veramente fonde quando si lavorava nei cabaret: dopo lo spettacolo - orario medio di chiusura le 2 - si finiva in qualche casa di fans (scatenati i torinesi e soprattutto le signore) per la fatidica spaghettata o il risotto al barolo. Lì i casi erano due: se ti mettevano in mano la chitarra prima di cenare, li mandavi a fanculo e passavi dalla stazione a farti un cappuccino con brioche. Se erano più signori tiravi l'alba a fare discorsi qualche volta intelligenti, o andavi sull'erotico.
Ecco, forse quello che oggi è più difficile riscontrare è un clima che favorisca la conversazione, la comunicazione, gli incontri, che allora la notte ti offriva, in particolare nei piano-bar, che stavano aperti anche per il dopo-cabaret: c'era la solita nera che si spogliava, ma parlavi con attori, giornalisti, scrittori, musicisti. 
Verso l'alba i discorsi non erano più lucidi, si beveva l'ultimo whisky e si inventavano gli scherzi; oppure si finiva nel garage che "Mario l'orgiastico" aveva arredato a mega-salotto-squallor. Gli ospiti si rotolavano sui divani mentre lui imperterrito traduceva dall'inglese, battendo a macchina seduto su di uno sgabello sgangherato, in mutande. Unico inconveniente il locale di servizio (2 mq) dove c'erano: il lavandino, il fornello e il cesso.
Le notti dei giorni di riposo erano dedicate a "corsi di aggiornamento" in osteria: o dal Berto a Precotto o alla Briosca sul Naviglio: happening fino all'alba con vino, salame e rane. Poi fare le ore piccole è diventato pericoloso. Il primo ad accorgersene è stato un vecchietto veneziano.
"Scusi, sa dove c'è un ristorante aperto? " "Cossa??... - fa lui - ... ristoranti aperti a' st'ora de notte, semo mati, con tutto quel che sucede... rapine, sparatorie, ladri, delinquenti..." "Ma... scusi... quando sono successe queste cose a Venezia?"
E il vecchietto: "A Venezia? ... no... no... scherza?... no, a Venezia mai, ghe mancherebbe... ma in giro se ne sentono di tutti i colori..." 
Eravamo già negli anni '70.

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