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Lucrezia

di Paolo Calvani su Smemoranda 1993 - La notte

Schiacciò il quinto e squadrò Lucrezia ancora una volta. Troppo bella. 
Cercò di fare il difficile, di trovarle almeno un difetto che desse un senso alla sua presenza lì, in ascensore, pronta a salire a casa sua. Faccia 10, corpo 10, vestiti 10, scarpe 9 e mezzo (tacco leggermente scalcagnato). Simpaticissima.
E allora perché?
Era apparsa tempo prima nel suo studio da oculista: una perla tra vecchie con la cataratta e bambini con l' occhiale appannato. Vedeva le stelline, diceva. Ma era spiritosa, preoccupata ma non troppo. 
Quella sera era arrivata in grande ritardo, segretaria già via, lui sul punto di uscire.
"Dai dottore, la prego" , aveva implorato ridendo. Si era rimesso il camice, nascondendo col piede la Gazzetta ancora aperta per terra. " Grazie. Si offende se poi la invito a una festa? " 
Questa non si rende conto, aveva pensato. E comunque niente feste di sconosciuti. 
" Mi spiace", si era inventato lì per lì, "stasera devo essere reperibile a casa, sa l'ospedale..." "Nemmeno un pizzino veloce?", gli aveva chiesto inclinando la testa.
Ecco, forse voleva soltanto farsi perdonare il ritardo. Lui ne avrebbe approfittato.
" Dottore, sa che la miglior pizzeria di Milano è dietro casa sua? L'ha presente? Chez Marguerite, solo pizza e champagne. Salga." 
Gli aveva aperto la portiera di una Golf sopraelevata, un mostro con i rostri alle ruote. " Come fa a sapere..." , "Guardi che lei è sulla guida, mica sono 007." 
Aveva prenotato col telefonino ed era partita con la caviglia nervosa. Il posto era davvero dietro casa sua: senza insegna, porta blindata, lui credeva fosse un night.
Posate e sottopiatto d'argento, ogni cinque minuti un cameriere cambiava i fiori sul tavolo. Lei non apriva bocca, lui neanche, la pizza era al tartufo. 
"Di cosa si occupa, signorina?" "Lucrezia, mi chiamo Lucrezia. Faccio la produttrice di pubblicità."
Ovvero cercava sponsor per la tivù. Quella sera era arrivata in ritardo perché aveva firmato l'esclusiva di Cesare Ragazzi per la nuova sit-com di Claudio Bisio. 
"Mi sono detta: se stasera non chiudo il contratto mi dò alla macchia. Cioè apro una tintoria."
Rise di gusto alla sua stessa battuta. "Invece è andata bene dottore, per questo volevo festeggiare." 
E si eclissò verso la toilette. Da dietro le notò la caviglia sottile e il profilo leggero degli slip. Vide anche il suo furtivo cenno con gli occhi al cameriere.
Sulla sedia rimase la sua borsa socchiusa: dentro una busta bianca, da cui spuntava una mazzetta da centomila. Lui chiese il conto, che arrivò mentre lei tornava al tavolo.
" Eh no, caro il mio dottore, ho invitato io e il conto è mio." "La prego, non mi metta in imbarazzo", disse sfilando la cartelletta di pelle dalle mani del cameriere. 
Quando vide il foglietto volante vergato a svolazzi e concluso da un 870.000 sottolineato due volte, estrasse la carta di credito e pensò che il giorno dopo avrebbe scritto al Costanzo Show.
" E' tardissimo Lucrezia, dovrei già essere a casa." "Andiamo", disse lei mentre il cameriere le infilava qualcosa in borsa, avviandosi all'autoblindo. Fermò il fuoristrada davanti al portone, mezzo sul marciapiede. 
"Vuole salire un attimo? " La cabina si fermò al quinto. Mentalmente ripassò le stanze: cucina con i resti della colazione, in sala portaceneri pieni, letto non immacolato.
Lucrezia si infilò un'altra volta in bagno, lui andò al telefono della stanza da letto, fece il 114 e di seguito schiacciò diversi altri tasti. "Disturbo?" , sussurrò lei alle sue spalle. 
Aveva un buon profumo, gli occhi allegri e si guardava intorno. Lui le massaggiò fronte e zigomi sentendo la perfezione dei lineamenti, lei rimase immobile. La fece girare tenendola per le spalle e le baciò la nuca. Lei si scostò e si infilò nel letto con le scarpe. 
"Spogliami dottore." Mezz'ora dopo lo scosse dal torpore: " Io mi fermerei qui stanotte, penso di amarti." 
Lui guardò l'orologio e non aprì bocca. Suonò il telefono. " Pronto? Sì, sono io. Cosa? Va bene, arrivo subito." Riagganciò. " L'ospedale, devo andare." "No, dai. Digli che non puoi." "Sono mortificato, devo andare." "Ti accompagno?" "Grazie, prendo la mia macchina."
Uscirono insieme. Quando vide il gippone girare l'angolo, scese dalla sua Uno e rientrò nel portone. Tirò su le coperte e ripensò alla voce metallica del messaggio registrato: "Sono le ore 23 e 45 minuti. Sono le ore 23 ..." 
Il senso dell'assedio si era chiarito quando Lucrezia aveva preso la stecca sul conto gonfiato della pizzeria, e quando soprattutto a letto gli aveva chiesto di conoscere suo padre. Ovvero il direttore generale di una delle aziende col budget pubblicitario più allettante d'Italia. 
Peccato. Prima di spegnere la luce contò i centomila nella busta che aveva fatto scivolare sotto il telefono. Più del previsto. 
Non avrebbe scritto al Costanzo Show.

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