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oggi voglio

Aquila della notte

di Sergio Bonelli su Smemoranda 1993 - La notte

Già, a cosa serve la notte? A guardare videocassette, a scrivere sceneggiature di fumetti, a leggere libri e quotidiani. 
Oggi sarebbe questa la mia risposta. Ma non è sempre stato così. Un tempo facevo il viveur, il nottambulo, il conte Danilo delle notti milanesi (almeno ci provavo).
Mi piacerebbe raccontarvi la mia grande scalata sociale dalle balere della profonda periferia meneghina ai tavoli del Chez Maxim parigino. Ma non interesserebbe nessuno.
E francamente, dando una rapida, molto rapida, occhiata allo specchio, direi che la figura appesantita e l'occhio da pesce lessato che mi ritrovo attualmente toglierebbero credibilità alla rievocazione.
In fondo vengo ospitato su queste pagine perché sono un editore di fumetti. Perciò vi parlerò delle notti di un personaggio a fumetti. No, non Dylan Dog.
D'accordo, lui è sicuramente un tipo notturno, e dopo il tramonto conduce una vita molto intensa, con incontri piacevoli e altri che lo sono molto meno. No, parlare di Dylan Dog sarebbe troppo facile.
E poi le sue notti non hanno segreti: le potete trovare ogni mese in edicola. Vi dirò invece delle notti di un personaggio non meno amato e molto più riservato sulle sue attività notturne: il nostro caro, vecchio Tex.
L'argomento delle notti di Tex è un vero tormentone, per il sottoscritto. A ogni incontro con i lettori, a ogni mia partecipazione a un Festival dell'Unità o all'inaugurazione di un oratorio di paese, c'è sempre qualcuno che mi fa la domanda: e le donne?
Che cosa faceva Tex con la moglie indiana Lilyth, che era anche un bel pezzo di figliola? E che cosa fa quando bazzica le focose atmosfere dei saloon, tra il balenare delle scollature e delle giarrettiere delle sciantose?
Be', la mia risposta ufficiale è anche quella di mio padre Gianluigi Bonelli, il creatore di Tex: "Tex è un uomo normale, con gli istinti di un uomo normale, ma preferisce andare a donne tra un'avventura e l'altra".
Insomma, lo fa ma non lo dice, con la discrezione di un vero gentleman della prateria. E quello che fa quando i lettori hanno richiuso l'albo sono solo affaracci suoi. Così saranno scoraggiate le malelingue che insinuavano scherzosamente di rapporti particolari di Tex con il vecchio Kit Carson o con Tiger Jack.
Lilyth, per Aquila della Notte, era una vera moglie, in tutti i sensi (almeno una delle loro notti ha avuto un frutto, il giovane Kit), e il loro era stato un romantico matrimonio alla pellerossa, con tanto di cerimonia di sangue. Alla vita matrimoniale di Tex e Lilyth ho voluto dedicare la pagina che tutti i texofili avrebbero voluto leggere ma che io non ho mai avuto il coraggio di pubblicare sulle pagine di Tex.
Ve la presento qui: una delle misteriose notti di Tex, preparata con la complicità un po' riluttante del suo creatore grafico Aurelio Galleppini e nonostante la totale disapprovazione di Bonelli padre. La vedete nella pagina accanto.
Nelle notti di Tex, insomma, accadevano fatti che non sono mai stati raccontati. Altri li abbiamo raccontati, però, con quella ricchezza di particolari che ha permesso a Tex di raggiungere il n.380 e la bellezza di ben 45389 tavole a fumetti.
Nelle notti di Tex ci sono le fiammate degli spari di Colt e Winchester, ci sono le apparizioni dell'uomo-lupo Diablero e degli enigmatici Figli della Notte, gli incantesimi delle streghe e le magie di Mefisto. Ci sono le cavalcate notturne nella prateria, magari all'inseguimento di un folle assassino travestito da scimmione e che agita una sciabola malese.
Ci sono gli attacchi ai ranch dei signorotti prepotenti, con Tex e Carson che rubano i cavalli ai cowboy addormentati (loro non lo sanno, che la notte non è fatta per dormire) e poi danno fuoco a tutta la baracca. Ci sono le gelide nuotate nei fiumi per salire di nascosto sulle bische galleggianti, e le eroiche difese in fortini, templi in rovina, canyon e foreste pietrificate per resistere agli attacchi indiani, mentre nel cielo scuro si disegnano le traiettorie delle frecce incendiarie.
Già, a questo proposito, c'è un popolare detto (se l'abbia pronunciato per la prima volta un serio antropologo o uno scrittore di romanzi western, questo non ve lo so dire), secondo il quale gli indiani non combattono mai di notte. Figuratevi se avessimo dovuto tenerne conto! 
Avremmo dovuto rinunciare ad alcune delle più belle sequenze d'azione notturna. Per fortuna, a volte ci viene in aiuto il cinema. In La mia pistola per Billy, di Ted Kotcheff, si svolge il seguente dialogo tra Gregory Peck e un tizio nascosto come lui sotto un carro (fuori ci sono gli indiani). Il tizio:"Gli indiani non combattono mai di notte: è contrario alla loro religione." 
"A me quelli non sono sembrati poi tanto religiosi!", gli risponde Peck. 
La notte non è fatta per dormire.
Nemmeno per gli Apaches.

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