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Striscioline

di Stefano Bartezzaghi su Smemoranda 1993 - La notte

1.Venezia, 1916 
Nel febbraio del 1916, Gabriele D'Annunzio rischiò di perdere la vista, ufficialmente per un incidente bellico. La vicenda ebbe, in realtà, risvolti oscuri.
Forse potrebbe suonarci a conferma di uno tra i migliori precetti della tradizione igienico-pedagogica nazionale: quello che stabilisce brillantemente un nesso tra attività erotica e Dono della Vista (peraltro un critico come Gianfranco Contini ha parlato, per D'Annunzio, di "ineluttabili ripiegamenti su se stesso"").
Come è, come non è, un occhio dannunziano era perso per sempre, e l'altro andava curato. Così il pugnace Imaginifico abbandonò provvisoriamente i tragici scenari della Grande Guerra e riparò nella sua "Casetta Rossa", sul Canal Grande di Venezia. Steso a letto, in una stanza senza luce, a occhi bendati, dolenti e lagrimosi, tra il punk e il dark, D'Annunzio scriveva nel buio. Lo assisteva la "Sirenetta", che di fatto si chiamava Renata, ed era sua figlia. (Battesimi ulteriori e a ripetizione erano una costante, a casa D'Annunzio.
Già il nonno paterno di Gabriele nasceva Rapagnetta, senza annunciazioni né apostrofi. Fu suo figlio Francesco Paolo, futuro padre di Gabriele, che adottò il cognome di uno zio, D'Annunzio, in tempo per assicurare a Gabriele quelle possibilità di squisita carriera letteraria che a un Rapagnetta sarebbero rimaste fatalmente precluse).
Torniamo a noi. I compiti della Sirenetta erano umili, prosaici. Consistevano, tra l'altro, nel tagliuzzare sottili striscioline di carta su cui il più celebre tra i nipoti di Rapagnetta avrebbe potuto scrivere, pur immerso nella tenebra molteplice (infermità oculare, bendaggi, stanza buia).
Con le striscioline, infatti, la scrittura imaginifica e cieca non sbandava, né produceva quei ripidi pendii e contropendii che caratterizzano certi commoventi esercizi calligrafici nelle scuole elementari.
No: il margine inferiore assicurava "una guida per conservare la dirittura " (parole del poeta). I pensieri così registrati, alcuni dei quali davvero sublimi, vertevano spesso sulla frequenza del gocciolamento di un rubinetto che perdeva, nelle immediate adiacenze del letto di dolore. 
Di lì a qualche mese, il Poeta: a) recuperò la vista ( anche se monoculare);
b) tornò in guerra;
c) tornò dalla guerra;
d) ri-tornò in guerra (Fiume, e bordelli connessi);
e) si occupò d'altro; 
f) finalmente riprese le striscioline; le riscrisse in gran parte (date le condizioni della prima stesura non si può parlare di "revisione") e le pubblicò sotto il titolo, non incongruo, di Notturno (1921).
2. Sempre nel 1916
In quello stesso 1916 troviamo analoghe striscioline nella camera parigina (insonorizzata e isolata fino all'autismo) in cui dormiva (di giorno), scriveva (di notte), ansimava (giorno e notte, per l'asma) un altro cantore dell'insonnia e del dormiveglia: Marcel Proust. 
Lavorava a letto, con una luce diretta sulla pagina del quaderno, e il viso in ombra. Malgrado ogni maldicenza, Proust ci vedeva benissimo: a lui le striscioline servivano per attaccare aggiunte, di prolissità anche considerevole, oltre ai margini esausti dei vari manoscritti, dattiloscritti e bozze tipografiche della Recherche.
In mancanza di sirenette, tagli e incollature erano opera della governante, Céleste Albaret. (Forse non è inesatto mettere la comune ossessione per le striscioline in rapporto con il progressivo successo del servizio radiotelegrafico. Telegrammi e camere buie in una fatale pagina proustiana di La fugitive, sesto e penultimo volume della Recherche, che Proust stava appunto scrivendo e riscrivendo nel 1916. Un telegramma che contiene un tremendo equivoco onomastico raggiunge il protagonista, verso la fine dello stesso volume, a Venezia. Nello stesso anno in cui ne scrive Proust a Parigi, nella Venezia reale cadono gocce dal rubinetto del Rapagnetta infermo).
Facciamo un passo indietro.
3. Oxford, 24 settembre 1891
Per quanto entrambi interessati, ognuno a suo modo, all'universo femminile, è difficile che Proust o D'Annunzio conoscessero il periodico inglese The Lady.
Qui, nel numero del 29 ottobre 1891, era descritta un'invenzione risalente al settembre precedente . Come il padre di D'Annunzio, il congegno ebbe un nome provvisorio ("tiflografo") e un nome definitivo: nictografo.
Si trattava di una sorta di taccuino a quadretti su cui un insonne che conoscesse uno speciale alfabeto poteva stenografare al buio eventuali colpi di genio notturni, senza correre il rischio di lasciarli svanire nel tempo necessario ad accendere la candela. Anzi, secondo l'inventore, "senza bisogno di mettere fuori dalle coltri neppure le mani". Anche questo inventore aveva due nomi.
Con lo pseudonimo di Lewis Carroll aveva firmato, oltre all'articolo su The Lady, libri come Alice nel paese delle meraviglie. Con il suo vero nome, Charles Lutwidge Dodgson, avrebbe firmato di lì a poco (1893) Pillow problems ovvero "problemi da guanciale". Era una raccolta di arguti indovinelli matematici da risolvere al buio, invece che contare pecore o sgocciolii. Il terzo insonne di questa breve storia li aveva composti e dedicati a ogni altro habitué delle sconsolate veglie notturne. Fortunatamente per la letteratura francese e forse (ma sì) anche per quella italiana, sia Marcel Proust che Gabriele D'Annunzio ne rimasero sempre all'oscuro.

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