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oggi voglio

sono di un calciatore di mezza età

di Gialappa's band su Smemoranda 1992 - Sogno e utopia

Anche se la vita con lui non era stata assolutamente avara, gli capitava spesso di ripensare, con malinconia, al suo grande sogno infranto: quello di giocare nell'Inter. E così, sempre più spesso con il passare degli anni, vedeva e rivedeva come un film la mattina del 6 ottobre 1971: il giorno del suo provino. 
C'erano tutti: lui, suo fratello Giuseppe (che i bambini del cortile chiamavano con simpatia "piedi di ghisa"), Invernizzi (il mister dello scudetto!), un mare di palloni, una ventina di bambini e, ad aumentare la sua emozione, il suo idolo indiscusso, l'eroe dei suoi sogni: Sandro Mazzola, in carne e baffi.
Li avevano divisi in due squadre e li avevano fatti giocare. E Franco ce l'aveva messa proprio tutta, perchè per lui giocare nell'Inter era più che un sogno: era una necessità fisica, un comandamento interiore. 
Un giorno aveva persino affermato che, secondo lui, Helenio Herrera doveva essere nominato Presidente della Repubblica al posto di Saragat. E suo fratello lo aveva preso in giro; gli aveva spiegato che uno straniero non poteva ricoprire quella carica, e che poi, comunque, per un ruolo così delicato era più indicato Gipo Viani, oppure, se proprio ci voleva un alcolizzato, Nereo Rocco.
Sì, perchè suo fratello, tra i tanti difetti, aveva pure quello di essere milanista. Per capire il tipo, era uno di quelli che a più di un anno dalla finale dell'Azteca era ancora lì a sentenziare che "se ci fosse stato Rivera dal primo minuto non avremmo perso 4 a 1 contro il Brasile". Ed era inutile ripetergli che con Rivera in campo il Brasile aveva segnato un gol in soli 6 minuti, e che quindi se Rivera avesse giocato tutti i 90 minuti il Brasile di gol non ne avrebbe segnati solo 4, ma 15!
La cosa buffa, poi, era che suo fratello al Milan non lo avevano voluto (i maligni dicevano che, al termine del provino, Cesare Maldini gli aveva chiesto come mai aveva dei tombini al posto dei piedi) e così, quel pomeriggio, era lì con lui, con una maglietta nerazzurra addosso e il groppo in gola.
La partitella era stata breve. Dopo una ventina di minuti li avevano fatti smettere, e lui sentiva di avercela fatta: per tre volte aveva fermato un avversario lanciato a rete, e due volte aveva scartato tutti gli avversari, comprese le riserve. D'altra parte ci era abituato: tutti i pomeriggi, in cortile, l'ultima la partita la giocava lui, da solo, contro tutti. E finiva sempre zero a zero, perchè segnargli era quasi impossibile, ma vedergli segnare un gol era un vero miracolo. Ci riusciva solo su rigore, e sperava proprio che quel giorno gli avrebbero chiesto di tirarne uno.
Invece niente. Alla fine della partitella un massaggiatore lo aveva avvicinato e gli aveva detto: "Sei bravo, bambino, complimenti! Però non ce la faresti mai in serie A: sei troppo gracile. 
Vai pure!" Tutto lì. E invece Invernizzi aveva fermato suo fratello, che nella partitella aveva sbagliato cinque stop elementari e atterrato tutti gli avversari che aveva avuto attorno. E gli aveva detto: "Senti, bambino: i tuoi piedi sembra che li abbiano fatti alla Breda, e la palla non sai cosa sia. Però sai sempre dov'è la caviglia dell'avversario, e questo è già qualcosa. Perciò, se hai voglia di allenarti 20 ore al giorno, puoi provare a giocare per noi. 
Non diventerai mai un campione, e non credo che giocherai mai in serie A; ma se ci ha giocato Giubertoni qualche speranza puoi averla anche tu!"
Così, a quanto gli sembrava di ricordare, si era infranto il suo sogno. E anche se erano passati tanti anni, ogni domenica sera, guardando i servizi della Domenica Sportiva, una lacrima gli solcava il viso perchè più ci ripensava più non riusciva a capire come avesse potuto l'Inter prendere suo fratello, Beppe "Piedi di ghisa", e rinunciare a lui, proprio a lui: al "Kaiser" Franco Baresi!

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